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R Recensione

6/10

Ava Luna

Electric Balloon

Scomporre e decostruire. L'opera dei newyorkesi Ava Luna si concentra su questo duplice e costante sforzo. Prendere certo soul metropolitano e ridurlo ad uno scomposto brulicare di frammenti, giocando con una formula post-punk di matrice sperimentale e dai rimandi nobili: ci sono i Pop Group, ci sono le Slits e i Talking Heads. Il tutto, però, è ricondotto ad una maniera contemporanea che si snoda a partire da dei Dirty Projectors che ammiccano al dance punk di Samantha Urbani e al funky bianco degli Stepkids.

Frutto di due settimane di registrazioni (in sessione notturna), Electric Balloon è sgargiante e astratto come il suo artwork. Ed è “Daydream” ad ergersi ad efficace biglietto da visita di quello che la band ha metabolizzato negli anni: un devoluto funk schizzoide che mette in scena un frastagliato accumulo di ritmiche febbrili, dissonanze acerbe, riff graffianti (tanto di chitarra quanto di sax), ponendosi ad anello di congiunzione tra un James Chance e un David Byrne. Si procede con la sincope minimale di “Sears Roebuck M&Ms”, sorta di scheletrica commistione tra Fall e Rosa Yemen, con il pattern ritmico squadrato di “Electric Balloon”, dominato dai vocalizzi free della chitarrista Becca Kauffman, o con il rhythm and blues -via Black Keys- di “Hold U”.

A fare la differenza, però, sono i pezzi in cui non solo l'elemento r'n'b è maggiormente presente, ma -forse conseguentemente- le aperture alla melodia si fanno più spiccate: parliamo di “Prpl”, dove l'ottima Felicia Douglass edifica un singolare e rifinitissimo goiellino nu-soul, di “Plain Speech”, che finalmente da' un senso compiuto alle dinamiche astruse di cui la band è capace, facendole convergere in un brano coinvolgente e di ottima resa, di “Crown”, dove le movenze alla Dan Auerbach si mescolano bene alle sofisticherie “strutturaliste” di marca Dirty Projectors.

Un album eccentrico, nel vero senso della parola: fuori dal centro. Nella bizzarria delle forme manca quindi una direzione: invece di un percorso -seppur ad ostacoli- ci si trova in uno sconfortante sali-scendi verticale che, troppo spesso, si auto-compiace delle sue sgangherate soluzioni armoniche. Ci vorrebbe soltanto un po(p) di cuore in più. Tutto il resto c'è già, ma non sembra abbastanza per stupire.

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