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R Recensione

5,5/10

Pere Ubu

Carnival of Souls

La mia conoscenza dei lavori a firma Pere Ubu si ferma al lontano 1979. Eppure la storica e seminale band di Cleveland ha continuato a produrre a ritmi incessanti, sfornando un'imponente mole di materiale. Un progetto che, nel tempo, si è rinnovato profondamente, mantenendo il suo perno sul vocalist David Thomas, unico della formazione originaria a sfruttare il “brand” nel corso dei decenni. I Pere Ubu del nuovo A Carnival of Souls, licenziato dalla Fire Records, vedono assieme ai musicisti imbarcati nel corso anni Novanta (Michele Temple al basso, Robert Wheeler al synth, Steve Mehlman alla batteria) anche il chitarrista Keith Moliné, entrato in organico nel 2005, il clarinettista Darryl Boon e l'addetto all'elettronica Graham “Gagarin” Dowdall.

Carnival of Souls è più di un omaggio allo splendido capolavoro del 1962 di Herk Harvey: ne vuole essere la postuma soundtrack. Parte di una trilogia iniziata nel 2013 con Lady From Shanghai, il nuovo lavoro del “Pere Ubu Film Group” si inserisce all'interno di un progetto complessivo di scrittura collettiva e di reinvenzione dell'immagine della band. Il volume “Cogs, The Making of Carnival of Souls”, a detta della band, dovrebbe essere uno strumento più che accessorio alla musica dell'album. Mi si perdonerà l'aver evitato -pur a malincuore- la certamente edificante lettura.

Il disco è un fitto coagulo di stridori e parti elettroniche che cerca di far rivivere il sapore iconoclasta dei tempi passati. “Golden Surf” è un rutilante incalzare di batteria solcato dagli stridenti vocalizzi di Thomas, mentre la chitarra di Moliné è lanciata in strascichi furenti, accostati alle oscillazioni del synth (un EML Electrocomp 101, chiaro rimando ai primi dischi della band) e agli effetti di elettronica digitale che sfrigolano e si contorcono, per un corredo dal sapore industrial. “Drag the River” è un austero affastellarsi di stop and go legati da un basso cavernoso e dal recitato patetico e rauco di Thomas, mentre il clarinetto si insinua lamentoso nelle tessiture squadrate del pezzo. Se la lunare “Visions of the Moon” riporta direttamente alle atmosfere oniriche (e psicotiche) del film, “Dr. Faustus” si perde in un vuoto di fluttuazioni di Theremin e vacui ammassi elettronici sperimentali. Si prosegue con il baraccone deviato di “Bus Station”, con la tesissima ed affascinante progressione di “Road to Utah”, destinata a sciogliersi nella successiva, ripetitiva ed innocua, “Carnival”. Con i delicati fraseggi di chitarra e clarinetto di “Irene” si offre all'ascoltatore uno dei brani più interessanti del lotto.

A chiudere l'album la lunga jam destrutturata di “Brother Ray”, collage espressionista di declamazioni sparse, elettronica frammentaria e arrangiamenti minimalisti, il tutto teso ad una ricerca timbrica spoglia e acerba. Un lavoro, questo Carnival of Souls, che si sforza di apparire spontaneo, free-form, feroce e anarchico, ma che non riesce a scrollarsi di dosso un diffuso senso di posticcio. Sembra di ascoltare gli ultimi lavori dei Faust: tentativi maturi di recuperare la tensione creativa degli esordi armeggiando con linguaggi che difficilmente, oggi, lasciano stupiti. Per dirla brevemente: il già sentito è costantemente dietro l'angolo, e anche gli episodi più sperimentali appaiono in qualche modo artificiosi, eccessivamente pensati. Quello che si potrebbe trarre di buono dalla maturità della band (controllo dei propri mezzi, capacità tecnica, esperienza) si traduce in una stanca parodia di riproposti torpori giovanili. L'operazione non è credibile, pur mostrando una band per niente stanca e desiderosa di mettersi in gioco.

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