R Recensione

9/10

Death in June

Brown Book

 "Brown Book" costituisce uno dei dischi fondamentali del sottogenere neo-folk che qui trova la sua massima espressione artistica grazie alla vena poetica ispirata di Douglas P., sorta di lugubre "chansonnier" che canta e declama senza requie la fine ineluttabile del'Europa e dei sui ideali.Inutile negare che la simbologia che hanno sempre usato i Death In June è scottante e ambigua come si evince dal simbolo usato dal gruppo, il Totenkopf usato dalle SS, ma chiunque abbia a cuore le sorti del nostro retaggio culturale ed ancestrale non può restare insensibile di fronte a questa coraggiosa dichiarazione di  "resistenza" di fronte al declino ed alla superficilaità diffusa da cui siamo invasi.

Dopo l'iniziale filastrocca "Helige Tod" ( Santa Morte ), la prima parte dell'album è quanto di meglio si possa ascoltare in ambito neo-folk : "Runes and Men" è uno dei brani più efficaci ed evocativi di tutta la produzione Death in June, inizia con una sorta di fanfara militare e con il campionamento della voce di un gerarca nazista e si dispiega poi in una ballata incisiva che riporta alla memoria oscuri tempi dimenticati e antiche simboli ancestrali dell'Europa in cui le rune guidavano ancora le coscienze e lo spirito.Sia "Hail! The White Grain" che "To Drown A Rose" sono "standard" epocali del genere, soprattutto quest'utima vede in grande spolvero la voce dell'ospite Rose McDowell :  anche qui viene ancora evocata l'ossessione per il simbolo della "rosa".Dopo questa prima parte del disco entra in scena la figura dell'allora collaboratore David Tibet che dona il suo contributo fondamentale ad oscure litanie come "Red Dog - Black Dog", "We are the Lust" e "Punishment Initiation" che avvicinano le sonorità del disco ad alcune tipiche atmosfere dei Current93 più occulti del periodo "Imperium".

La  title-track "Brown Book" è una rilettura dell'"Horst Wessel Lied", l'inno delle SS, ed immerge l'ascoltatore in un'epoca che ha segnato indelebilmente e in modo tragico la nostra storia.Molti saranno scossi dalla ripresa di un inno cosi' controverso ma la visione di Douglas P. non conosce compromessi, una posizione questa che ha sempre ostacolato la sua carriera anche per il rifiuto ostinato a dare spiegazioni chiare circa le sue effettive convinzioni.Chiude questo disco epocale "Burn Again", un pezzo in cui riluce una chitarra acustica che evoca scenari desolati accompagnata dalla voce spiritata e maligna di David Tibet.

V Voti

Voto degli utenti: 9/10 in media su 8 voti.
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cthulhu 10/10
Zeman 10/10
Facche 9/10
byron 8/10

C Commenti

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Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 12:44 del 28 aprile 2009 ha scritto:

Il disco più evocativo, doloroso e intenso della discografia dei Death In June. In questo capolavoro, si snoda definitivamente in modo coerente e magicamente organico tutti i tormenti, le ansie e le inquietudini che all'epoca affliggevano Douglas P. Il trittico iniziale; "Hail! The White Grain", "Runes and Men" e "To Drown a Rose", è quanto di più coinvolgente, toccante ed affascinante si possa ascoltare in materia 'neo-folk' (o folk-apocalittico). Una delle opere più eloquenti edite negli anni Ottanta, e non solo nel angusto e limitato ambito della "musica gotica".

FrancescoB (ha votato 9 questo disco) alle 15:30 del 18 dicembre 2009 ha scritto:

Semplicemente, uno fra i dischi più depressi, oscuri, terrificanti e belli di sempre. "The Fog of the World" il capolavoro imperdibile.

Zeman (ha votato 10 questo disco) alle 15:18 del 2 settembre 2012 ha scritto:

Forse e dico forse preferisco But, What Ends When the Symbols Shatter?, comunque sia parliamo di un capolavoro assoluto, una serie di ballad crepuscolari veramente evocative.

Facche (ha votato 9 questo disco) alle 16:38 del 7 settembre 2015 ha scritto:

Ma non c'è dentro anche Genesis P Orridge? In una canzone mi pare nettamente lui

FrancescoB (ha votato 9 questo disco) alle 21:45 del 7 settembre 2015 ha scritto:

Sinceramente non ricordo, può essere. Di quale brano parli?