R Recensione

7/10

WhisPers For WolVes

Language Of The Dards: Tauu And Twilight Sing 100,000 Songs Of Milarepa

During my stay elsewhere, I realized that nothing is; I freed myself from the duality of past and future; I apprehended that the Six Realms do not exist. I was delivered once and for all from life and death” (Milarepa).

Il drone ha un suo perchè, e Melissa Moore vi aiuterà a scoprirlo.

Milarepa, secondo la dottrina teologica buddista, fu uno dei principali maestri tibetani della scuola Kagyu, vissuto fra la fine dell’XI° e la prima metà del XII° secolo d.C. A lui si devono numerosi scritti di carattere spirituale, morale e sociale, come ad esempio il Taau, ed una scuola di pensiero attiva ancor oggi. Otto secoli dopo, una musicista di Baltimora, nel Maryland, la trentatreenne Melissa Moore per l’appunto, dedica un intero concept alla figura del precettore asiatico sotto lo pseudonimo di WhisPers For WoLves.

La particolare figura della Moore è sicuramente qualcosa da approfondire: non accontentandosi della sola attività di (poli)strumentista, svolge anche mansioni più importanti e particolari, che vanno dal curare un festival di musica elettronica (il Sound Pillow Series, svolto annualmente nella sua terra d’origine) alla costruzione autonoma dei propri apparecchi acustici ed elettrici. L’ecletticità dell’artista statunitense, capace di destreggiarsi fra voce, chitarra, basso, sintetizzatori e strumenti indigeni (come, ad esempio, l’oboe nepalese, utilizzato in questo lavoro dal titolo pantagruelico), unita ad un profondo studio teofisico, è tale da rendere i suoi concerti, più che degli appuntamenti musicali, delle vere e proprie conferenze filosofiche, dove frammenti di reale suono vengono messi in discussione, su invito della stessa Melissa, con interventi attivi del pubblico presente su argomenti di notevole peso, spesso inerenti a ciò che viene sviluppato nei dischi riproposti in versione live.

Language Of The Dards: Tauu And Twilight Sing 100,000 Songs Of Milarepa (Noise Narratives Part 1)” è il primo album realizzato da WhisPers For WolVes sulla figura di Milarepa, idea ispirata, a detta della stessa operanda, da un suo precedente viaggio nel Sud-Est Asiatico, dov’è entrata a contatto con le tradizioni culturali e religiose tibetane. L’opera è in effetti a tratti davvero molto interessante, ma, sommariamente, troppo cerebrale ed elitaria per generare interesse nelle persone meno avvezze ai destreggiamenti avanguardistici. Tre sole canzoni, per una durata totale che sfiora i quaranta minuti, ed un continuo vaneggiamento fra folk apocalittico, psichedelia, caracollanti flussi ambient. Con un incessante, perenne, angoscioso disturbo noise sul fondo, a piagare la già confusa orchestrazione e ad opprimere i timpani dell’ascoltatore, e una spiccata predilezione per l’iterazione compulsiva della strana miscela creatasi.

La voce di Melissa Moore incarna appieno l’angosciosa ricerca interiore di questo scheletro compositivo: un lontano talento cantautorale, ridotto all’osso, e gettato fuori da un timbro in ombra,  sofferto, che antepone le quinte al palco principale, ed emerge solo sporadicamente dal marasma strumentale in primo piano. Come in “The Collective Darkness”, ad esempio, dove i pochi giri di chitarra acustica sono i terrazzamenti di un cammino tortuoso che, minuto dopo minuto, si carica sempre di più di una coscienza mistica di fortissimo impatto, fra il caracollare degli effetti elettronici e le litanie babeliche dell’oboe. Una catarsi che carbonizza e rigenera.

Ancora più estrema è l’immersione nirvanica di “Kuu Aari Hassu”, sconvolta da vere e proprie doglie sonore in fingerpicking e gemebondi lamenti prefissati su un dagherrotipo rumoristico di scarna e tremenda efficacia. Sinceramente, il momento più interessante del disco, considerata anche la lunghissima digressione chitarristica che, a tratti, potrebbe ricordare un John Butler tormentato da visioni fantascientifiche. Da antologia, infine, il climax ritmico conclusivo, che si stoppa bruscamente, all’improvviso, all’apice della sua invasività. E riporta alla mente, con un sorriso, “Silence” dei Portishead.

Delude un po’, invece, la conclusiva, mastodontica “The WomanEagle”, un vero e proprio viaggio in una galleria inconscia senza fine, la solita nenia biascicata nella confusione e nello stordimento psicotropo che si protrae lenta, incessante, arrancante per diciotto, lunghissimi minuti. La noia fa inevitabilmente capolino, ed i dubbi su un’efficace resa dal vivo si moltiplicano. Ma, d’altra parte, ricordiamo il sardonico motto dell’etichetta Boring Machines, per la quale WhisPers For WolVes pubblica i suoi cd: “in difesa della musica noiosa”.

Nel frattempo, aspettando fiduciosi un secondo capitolo più organico e meno astratto, promuoviamo il lavoro stacanovista di Melissa Moore e la segnaliamo come probabile, futura, nuova stella del folk apocalittico.

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Peasyfloyd (ha votato 6 questo disco) alle 11:14 del primo giugno 2008 ha scritto:

avant-industrial decisamente troppo ostico per quanto mi riguarda, però in effetti con un certo fascino, Sufficienza d'ufficio