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R Recensione

7/10

William Tyler

Impossible Truth

Non sono molti gli artisti che hanno voluto addossarsi il fardello di misurarsi con un genere -e con i suoi alfieri- che rappresenta una nicchia riservata a pochi. L'american primitivism è infatti un terreno esclusivo: sia per questioni tecniche che per il suo richiedere di essere portatori di visioni. La tecnica al servizio del sogno, e viceversa. John Fahey, il nome obbligatorio, ma anche Leo Kottke (non a caso usato nei Giorni del Cielo del visionario Malick), Robbie Basho, Sandy Bull. E i nomi significativi della corrente contemporanea sono pochi: Jack Rose (il migliore), Glenn Jones, Sir Richard Bishop, James Blackshaw, Six Organs of Admittance (nel bel For Octavio Paz). Ed ecco che allo sparuto lotto si aggiunge, col suo secondo lavoro Impossible Truth, il giovane (ma rodato, avendo suonato con gente del calibro di Lambchop e Bonnie ‘Prince’ Billy) William Tyler.

Giovane dal cuore americano, americanissimo. Matrici di folk rurale che si rarefanno e sono l'occasione per costruire raga malinconici e sognanti, con una particolare accezione classica che allontanano questo lavoro dal misticismo “forte” degli altri nomi, avvicinandolo più ad un virtuoso da camera come Blackshaw. Non mancano però gli spazi sconfinati, le visioni, come si diceva. Album bipartito: prima metà elettrica e seconda parte quasi esclusivamente acustica. A spiccare la prima Country of Illusion, splendida progressione di accordi accarezzata dalle striature della slide guitar di Luke Schneider, la quale ricalca gli intrecci melodici, aggiungendo profondità -assieme al basso di Chris Scruggs e al trombone di Roy Agee- alle fitte trame di Tyler. Segue l'affascinante Geography of Nowhere, prova solista satura di tremolo e riverberi, e la meno convincente Cadillac Desert, meno centrata e più dispersiva nelle sue textures larghe e ariose. Poco male, perché con la successiva We Can't Go Home Again si sfiora il capolavoro. Il lungo raga acustico è in pieno stile classico, un folk che intarsia variazioni sul tema che diventano progressive fughe virtuose, dotate di una vena poetica e di una prorompente pulsione melodica che rendono il pezzo qualcosa di strepitoso. Stesso entusiasmo per Portrait of Sarah, immaginifica e delicata aria folk. La pastorale leggera di Hotel Catatonia, le armonie suadenti (chitarra, basso e field recordings) di Last Residents of Westfall e la definitiva e psichedelica, con tanto di sessione ritmica a cura di Scott Martin- The World Set Free, completano la tracklist senza mai un passo falso.

Un lavoro più che maturo, capace di dire qualcosa e di segnare il passo, in un continuo richiamo ai grandi del passato e un dialogare teso tutto alla contemporaneità. Una gemma in una tradizione ad accesso -ahimè- riservato. Forse destinato a rimanere di nicchia, così come quanto accaduto ai colleghi primitivisti, questo Impossible Truth è comunque da annoverare tra i più stimolanti lavori folk dell'anno.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Ivor the engine driver (ha votato 7 questo disco) alle 23:34 del 8 luglio 2013 ha scritto:

Bellissimo disco, appena acquistato.