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R Recensione

7/10

Astral Brew

Red Soil

Non ci saranno più le mezze stagioni né si muoverà foglia che Stribog non voglia, eppure ancora oggi, inaugurato in pompa magna l’alto Liquidoevo – un lettore cd?!? Ma cosa te ne fai?!? –, gruppi di ogni età ed estrazione sfuggono ai radar del grande cervello informatico e sembrano sgusciare fuori dal nulla. “Nulla”, in questo caso, è una radicale quanto educata copertura per mascherare goffamente l’ignoranza all’annuncio del ritorno (nemmeno dell’esordio: del ritorno!) degli Astral Brew. Che perfetti sconosciuti proprio non lo sono, a giudicare dai fitti curriculum in dote ai tre membri, un dedalo di esperienze di vita vissuta nei meandri della pulsante geografia dell’underground (tri)veneto – Orfanado e Lettera 22 per il contralto e le tastiere di Riccardo Mazza (attivo anche in veste di manipolatore elettronico con l’acronimo RM), A Flower Kollapsed per il basso di Michele Dall’Arche, addirittura i Superlucertulas (prima versione dei più noti Lucertulas) per le pelli di Daniele De Vecchi.

Lineup agile e modernissima, dunque, addirittura e finalmente priva della chitarra elettrica che ancora campeggiava nel precedente “I” (2015), per uno pseudo-concept che sviluppa il canovaccio del viaggio astrale come metafora “of the desire to escape the misery of contemporary life” (cit.). Gente ispirata il FUP l’aiuta. Non inganni il passaggio italiano-inglese nella denominazione dei pezzi: non c’è ombra di voce umana, né desiderio di postularla. Bastano e avanzano le trame strumentali: come quelle dell’iniziale “Remote Horizonts”, le cui stilettate afro à la Sons Of Kemet di “Your Queen Is A Reptile” si infrangono su un vigoroso break jazzcore, sul montare discreto e distinto di una ritmica alle prese con le evoluzioni astral bop del contralto di Mazza. O quelle della mesmerizzante head di “Space Solitude”, che sintetizza Sarajevo e Al-Batrāʾ come e meglio de La Piramide Di Sangue (anche se quel crescendo di basso della seconda metà, hmmm… grunge lovers, anyone?). O, ancora, quelle della fiammata di “Explicit Gesture”, che oppone uno scorticante e marziale interplay basso-batteria – qualcosa tra la no wave e il primo post-core – a sequenze autoreplicanti di gargarismi colemaniani (con ogni probabilità, il momento più urticante del disco). Poi, naturalmente, il trucco sta nell’aggirare le limitazioni imposte dalla struttura del power trio, giocando sulla variazione e sull’aberrazione: ogni tanto si va ancora leggermente fuori fuoco (le spire avvolgenti del basso kraut di “Next”, che collegano l’assalto abrasivo techno-oriented del primo troncone e il risveglio dub del finale, sono tirate un po’ per le lunghe), ma il malinconico afflato bandistico di “Culture” – un Ayler digievoluto che abbia conosciuto il Laswell degli anni ’90 – e gli onirismi Sun Ra di “Orbit” – infiammati, in coda, da uno schiumante crescendo hard-psych – valgono ampiamente il prezzo del biglietto.

Ci si intenda: la vita continua ad essere il nemico numero uno. Ma affrontarla da questa prospettiva, se non altro, aiuta a metabolizzare la perpetua sconfitta. Tutta da gustare la prima edizione in 180 copie per Macina Dischi: 30 con serigrafie dorate (già esaurite), 30 argentate e 120 nere.

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