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7/10

Brainkiller

Colourless Green Superheroes

Nel pianeta Brainkiller accadono strane cose: è un mondo abitato da uno scienziato pazzo in camice bianco e parrucca di riccioli, un picchiatello con berretto ad elica ed un batterista in maschera da wrestling. Cosa vi aspettereste mettendo nelle loro mani, rispettivamente, un trombone, le tastiere ed un robusto set di percussioni? Difficile dare risposte corrette senza avere sentito il loro secondo cd, “Eroi verdi senza colore”, bell’ossimoro ispirato da una frase di Noam Chomsky, per presentare una colonna sonora dal carattere quanto mai inafferrabile. C’è del jazz, del rock e del prog, ma l’attitudine è assolutamente trasversale ed originale, in grado di spaziare, a volte anche all’interno di un solo brano, fra tempi, atmosfere e timbri che si fatica ad immaginare scritti sullo stesso spartito. E’ un po’ come se le diverse matrici di provenienza dei tre, dal jazz alla contemporanea, dalla musica per cinema all’elettronica si fossero fuse in un unico blob onnivoro.

Lo spirito di Frank Zappa aleggia su tutto il lavoro, e si percepisce, più che negli inserti schizofrenici e nei temi intersecati, nella verve talora parodistica al servizio di una sfrenata libertà compositiva che abbatte ostacoli e frantuma le barriere fra i generi.

Si inizia con un tema quasi cinematografico, “The vindicators returns”, con il trombone di Brian Allen che assume il ruolo di regia nello sviluppo melodico della composizione, filtrato e a volte irriconoscibile, un po’ come capita quando Gianluca Petrella si allontana  dal sentiero del jazz (vedi il progetto Berserk! sempre di casa RareNoise). Quindi in “Scribble viene proposto un bell’esempio del menu di casa Brainkiller: Jacob Koller confeziona una intro di tastiere minimale e ripetitiva, subito contraddetta da un incalzante tempo dispari di trombone e batteria, ed il pezzo prosegue su questo dualismo, centrifugando in sequenza temi e tempi che rimangono su piani separati, ma costituiscono un insieme omogeneo.       

Empty words” è la take del trio sul terreno lounge/trip hop: con i sussurri vocali della stella mediatica giapponese Coppè e poche note viene servita una perfetta colonna sonora da club alieno. Nulla è precluso nel disco, quanto a sorprese: a destare l’attenzione può essere una romantica fuga di pianoforte (“Orange grey shades”), un gioco di  ombre e riflessi psichedelici (“A piedi verso il sole”, in italiano, un delirante pastiche di voci e suoni come “Noodlin”), oppure l’incedere di una marcetta marziale macchiata da effetti e conclusa da una coda di pianoforte classico (“Labratorio”).

 Altrove si fa sentire la consistenza ritmica dei tamburi di Hernan Hecht ed i temi obliqui talvolta si dilatano in concisi spazi strumentali per i fiati o le tastiere, dove il jazz e il rock tornano ad illuminare gli spazi circostanti come in “Top of the world”, con un riff decisamente accattivante, “Plates” e “Secret mission” contratte e nervose tra il free jazz ed il rock apocalittico, “o in “Obaku goes to a rave”, screziata di elettronica, che prende poi decisamente campo nella conclusiva, rarefatta “To be continued”.

Nella durata di 45 minuti si assiste ad una alternanza di climi che prima disorienta, poi incuriosisce e spesso conquista, lasciando talvolta l’unico rammarico di dovere rinunciare a sviluppi più estesi che le premesse dei brani farebbero presagire molto interessanti.

Ma sul pianeta Braikiller si suona così:  tre minuti, mille idee spesso sovrapposte e poi fine, si svolta e si parte da un versante totalmente opposto.

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