R Recensione

7/10

Bushman's Revenge

Et Hån Mot Overklassen

Innamorarsi di una brunetta conturbante e ritrovarsi fianco a fianco un sogno platinato bello e impossibile, come la Patricia Arquette di Lost Highway. Non tutti quelli che nascono da incendiari poi muoiono da pompieri: c’è anche chi, come i Bushman’s Revenge, ama osservare il disastro da lontano per poi muovere passi di danza sulle rovine fumanti. Epperò che gran differenza formale fra il trio di squinternati norvegesi che apriva voragini nel terreno con le rasoiate noise di “You Lost Me At Hello” e quello che, una decade esatta più tardi, abbandona Rune Grammofon e la sua filosofia rumoristica per accasarsi alla corte di Hubro con la prova collettiva più lunga, elaborata e ambiziosa di sempre. Che il tempo che passa, oltre all’incanutimento progressivo e allo spirito di autoconservazione, abbia portato in dono anche del consiglio supplementare? Difficile: forse impossibile. Di certo c’è solo che “Et Hån Mot Overklassen”, disco fatto di ombre e intessuto nell’ombra, dall’ombra ha forse appreso la lezione più importante: la letalità.

Lo si volesse ridurre forzatamente ad un’etichetta buona per tutte le stagioni, si dovrebbe parlare del decimo full length dei Bushman’s Revenge (annoverando anche i live album) come di una raccolta di amniotiche jam bluesy, suonate con sinistra delicatezza e sciolte da ogni vincolo temporale: ma una descrizione del genere, probabilmente, si adatterebbe maggiormente al canovaccio denigratorio che vedeva la band del precedente “Jazz, Fritt Etter Hukommelsen” (2016) irrigidita in un precoce formalismo senza via d’uscita. Qui, invece, anche se non si duplicano ancora le vette di “Jitterbug” (2010), la faccenda sembra da subito diversa: non solamente per la generalmente ritrovata brillantezza degli spunti melodici della chitarra di Evan Helte Hermansen (quello in libera uscita di “A Bottle A Day Keeps The Wolves At Bay” è degno dei migliori lenti dei grandi classici di jazz modale degli anni ’60), per il brio di una conduzione che opera su più piani e fa collassare un brano in quello successivo (il ferale noir vibrafonato dell’iniziale “Sly Love With A Midnight Creeper” ripreso nell’andante di basso che echeggia in coda all’energica improvvisazione latin di “Happy Hour For Mr. Sanders”) o per la costante capacità di generare rinnovata curiosità nell’ascoltatore anche su durate piuttosto impegnative – paradossalmente, anzi, il quarto d’ora conclusivo di “Hei Hei Martin Skei”, in cui la delicata melodia swingata della prima metà evolve con grande acume in un’esibizione cool jazz appena sporcata da flanger e distorsioni, è il frangente migliore dell’intero disco.

Il punto essenziale sta nella tenuta di una scrittura che, sotto la patina di un’apparente tendenza all’uniformità di pochi principi universali e con qualche passaggio appena più lezioso della media (la vetrina fusion-blues di “Greetings To Gisle”, oltre ai volteggi di Hermansen, non esibisce granché altro), si permette di manipolare a piacimento singoli parametri, creando strutture ogni volta nuove persino nei momenti di pura decompressione (i mutacici drone industriali di “Folk Kremtar No Av Og Til Berre I Lause Lufta Og”, gli sbuffi e le epifanie post-blues di “The Curious Case Of The Resting Blue Steel Face”, il dark ambient concrète à la Żebrowski di “Ladies Night At The Jazz Fusion Disco”) ed incastonando infine una micro-sinfonia chitarristica degna del connazionale Grieg (ma approcciata con l’intensità poetica del Marc Ribot versione Bar Kokhba Sextet) sull’incessante ruzzolare di tamburi di “Toten”.

Indicativo che “Et Hån Mot Overklassen” esca nello stesso anno in cui hanno debuttato due nuovi progetti, Red Kite ed Exoterm, che coinvolgono a pieno regime Hermansen e il bassista Rune Nergaard. Il segno più evidente, forse, che qualcosa si è definitivamente risvegliato.

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