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7/10

The Messthetics

The Messthetics

Uno dei dischi più interessanti ed avventurosi di questa prima metà del 2018 porta la firma di due pesi massimi della storia della musica (recente, meno recente, di tutti i tempi: l’assioma regge ad ogni generalizzazione). Non c’è bisogno, non almeno in questa sede, di soffermarsi sull’identità e i curricula di Joe Lally e Brendan Canty: chi fosse a corto di informazioni può riscoprire, dalle fondamenta, l’avventura di un gruppo, i Fugazi, che più di ogni altro ha contribuito a (ri)definire – nell’estetica, nel suono, nell’eredità postuma – gli anni ’90 (e beato chi, ignaro di tutto, decida di intraprendere in solitaria un tale viaggio). La vera notizia è questa: dopo diciassette anni di iato (l’ultima prova studio, “The Argument”, risale ormai al 2001) e una folta serie di side projects da entrambe le parti (Ataxia per Lally, Deathfix per Canty i principali), la sezione ritmica dei Fugazi celebra de facto una reunion sotto mentite spoglie, arruolando l’esuberante sei corde di Anthony Pirog per l’inconfondibile timbro dell’interplay Picciotto-McKaye: il carico specifico di The Messthetics va dunque ad arricchire ed innervare proprio la narrazione sospesa del quartetto di Washington, D.C. Con risultati – mi permetto di aggiungere – per certi versi sorprendenti, soprattutto se inquadrati in un quadro di filiazione, evoluzione ed ibridazione di generi, stili e linguaggi.

Non è certo questo agile esordio di trentatré minuti a farci scoprire quanto nobili siano i lignaggi del primo post-core e quanto raffinate, nell’atto concreto, siano state le sue declinazioni pratiche. L’azione di “The Messthetics”, se vogliamo, è complementare e più pervasiva: esplicitare le tappe che portano il post-core ad affrancarsi dall’usura del prescrittivismo e ricongiungersi con le istanze radicali che ne avevano ispirato la nascita. In quest’opera di demolizione e ristrutturazione della crisalide estetica, fondamentale è il ruolo da protagonista che si ritaglia lo stesso Pirog: uno strumentista superbo, a tratti un po’ troppo innamorato delle proprie doti tecniche (decisamente sopra le righe sono, per dire, i narcisistici svolazzi fusion-tech di “Quantum Path”), architetto di complesse e sbilenche perimetrie jazz perennemente sull’orlo del collasso. “Mythomania” è un pezzo di assoluto fascino: sull’inconfondibile e metronomico andante basso-batteria si dipingono le stridenti volute psichedeliche della chitarra di Pirog, sempre ad un passo dalle disarticolazioni disarmoniche del Nels Cline solista. Il cambio di passo impresso da “Serpent Tongue” è immediato e bruciante: rimangono in piedi solamente labili scheletri armonici dell’indie rock che fu, battute e rintuzzamenti minimali annegati in un’incalzante giga elettrica che, in “Crowds And Power”, si tramuta addirittura in un’imponente parata metallica tutta pomp and circumstance (non sempre a fuoco, se proprio dobbiamo fare le pulci).

V’è, poi, il lato più cerebrale e, se vogliamo, “classico” del discorso: quello delle strumentali che alla foga preferiscono il ripiegamento, all’attacco la riflessione, al riff l’arpeggio. Si va dallo swingato cool jazz chitarristico di “Once Upon A Time” (una melodia soave, sue saturazioni comprese, che quasi pare sgraffignata ai Drift: l’originale, in verità, è di Sonny Sharrock) allo slowcore del bozzetto “Your Own World”, che a sua volta introduce le sognanti elucubrazioni di “The Inner Ocean” (lì, nella terra di nessuno, nel momento in cui gli Slint diventano i For Carnation, i Codeine i Tortoise, l’overthinking l’urlo di Munch). L’istantanea conclusiva, con il toccante e paesaggistico jazz-prog acustico à la Jack O’ The Clock di “The Weaver” (interviene anche il violoncello di Janel Leppin), nel prosciugare il disco da ogni tensione e nel consegnarlo ad un’atarassia totalizzante, apre una ridda di interessanti quesiti formali: è così che il cambiamento diviene grammatica, che il sommovimento si fa norma? È davvero questo il punto zero del post-core, la sua più estrema propaggine? O, piuttosto, è già la chiusura di un nuovo capitolo, una scusa per ritornare a larghe falcate verso la band madre?

Che duri il tempo di questo esordio omonimo o altri vent’anni, vale davvero la pena seguire la storia dei Messthetics. Disco ampiamente consigliato.

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