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R Recensione

8/10

Cardosanto

Pneuma

Vi sono delle entità astrali, chiamate meteore, che transitano nel cielo con enorme scintillio, facendo presagire chissà cosa, e subito dopo muoiono chissà dove. La musica internazionale ne conosce tantissime di queste meteore, alcune delle quali sono così rilucenti da poterle definire comete, basti pensare a “Spiderland” degli Slint (parlando del Belpaese, chissà perché, mi vengono subito in mente i Disciplinatha). I Cardosanto si sono fermati al rango di meteore, pubblicando per la coraggiosa Freeland Records nel lontano 2000 un disco diventato genealogico per il math rock e/o post-rock e/o jazzcore successivi: la prova di questa rilevanza è confermata dalla ristampa operata quest’anno da tre etichette in combutta tra loro: Wallace Records, DreaminGorilla Records e Rude Records.

Roberto Sassi alla chitarra e noisescapes, Fulvio Giglio al basso e Dario Marinangeli alla batteria ripresentano il loro unico gioiellino, “Pneuma”, un disco nato tra le striminzite campagne savonesi pieno di rumori futuristi, dissonanze noise e batterie in controtempo, il tutto con un’invidiabile vena post-punk. “Pneuma” è un disco rude, pruriginoso, sfacciato, persino villano; rimanda ad un immaginario pneumatico dove ad ogni azione sonora corrisponde una reazione uguale e contraria. L’intro, decisamente russoliano, apre la strada a “Worlds”, un brano dove le chitarre spesso sono in contraddizione con la sezione ritmica, eppure il risultato alla Battles è tanto straniante quanto affascinante. La successiva “Trema, blasfema” comincia come un assurdo progressivo psichedelico elettrico free jazz per poi piazzarsi in quella dimensione jazz math oggi occupata a pieno titolo dai Junkfood.

Tra nuovi rumori pneumatici c’è “Cardotrance”, forse il brano più prog del disco, con virtuosismi e contorsioni chitarristiche di elevatissimo standard; e c’è pure “L’assurda storia di Phineas Gage”, protocollo math rock che presenta evidenti contaminazioni coll’appeal visionario di Frank Zappa. Dopo l’ennesimo interludio enarmonico arriva una carrellata di tracce, dall’ordine metallico di “Macchine, automatismi, ingranaggi” al brioso post-rock de “L’acida ritorsione del malumore”. Ma è soprattutto “Sospesa sul ventre”, preceduta da “Camera pneumatica”, che ci fa strabuzzare gli occhi: rumori di sottofondo e brevi stacchi di chitarra preparano l’arrivo di significativi segmenti di audio reverse, almeno finché non giunge la progressione in stile Zu della band a chiudere un pezzo assurdo e totale, eccentrico ed indimenticabile.

Nel booklet del disco vi sono diversi testi di Luca Pitti, cuciti ad hoc per le canzoni contenute in “Pneuma” ma, inspiegabilmente, non vengono cantati quasi mai nel disco da chicchessia. Un’ulteriore prova di quanto i Cardosanto siano un emblema, un esempio, un’ispirazione, una voglia accecante, una follia dell’ultim’ora. Bravissimi e quasi irripetibili.

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