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R Recensione

6,5/10

SPLAtterpinK

Mongoflashmob - Industrie Trollcore

Chissà cosa direbbe, del testo di “Dolan Aproevd”, quella famosa firma del giornalismo musicale che fino a poco tempo fa dipingeva il povero Edda come un mostro maschilista, un ignorante di prima categoria, un comico fallito. Cercherebbe la metafora esistenziale dietro alla figura grigia di Pippo che si fa le seghe pensando a Minni che glielo suca, o è anche questo lo strascico più deteriore della nostra società veteropatriarcale? Del pappone Gastone che gestisce un giro di belle mignottone, poi: ho fatto due etti e mezzo, lascio? Difficile prendere sul serio Diego D’Agata, che qualcuno addirittura sostiene di cognome faccia D’Anatra (…dolan?): tuttavia, nel Paese dove anche il progetto Terratron diviene realtà, mai dire mai. Difficile prendere sul serio – come sempre è stato – gli SPLAtterpinK, formazione culto degli anni ’90 caduta in un letargo autoimposto ad inizio millennio ed ora risorta, con le avvisaglie del caso, a nuova vita, quella della “band capostipite del jazzcore in Italia”. Tutto vero, per carità. Ma non può non sorgere, zornianamente, il dubbio dell’autoparodia inscenata per mettere in confusione i numerosi terzi, specie se novelli: il più prog fra tutti i trucchi possibili.

Mongoflashmob – Industrie Trollcore”, così, scivola e si confonde, perpetuamente: un disco punk suonato dai fratellini tricolore dei Primus, un platter no wave dalla bombastica produzione metal. L’unica certezza è quell’approccio, sarcastico e scanzonato, da sardonici giocolieri a mezzo servizio, che sembra tramutare brani anche estremamente complessi in abitudinaria routine (date “Terratron” ai Polysics dopo averli ingozzati di Iron Maiden, e capirete cosa s’intende). È un’ironia, per molti versi, zappiana: tracimante, maleducata, sottile, intellettuale, dinamica. A tratti ci si stanca di vedere boccacce dappertutto, ed il gioco si arrotola su sé stesso: il calo è, conseguentemente, anche musicale (una “Sting” ridotta a monologo da frusto proscenio dada-metal). Ma è solo un appannamento, in una rete di rimandi che non molla la presa, che non lascia respiro. “Uwe Boll Limericks Trips” parte zoppicando, con un difficile andamento a mitragliata alla ricerca della sorpresa a tutti i costi: poi le chitarre si aprono, gli slap diventano montagne d’acciaio, i musicisti oziano per un attimo nel circondario dei Voïvod. Simile, nell’accavallarsi contratto delle signatures, è la demenziale “Mortal Jodel” – è forse tempo che anche i Testadeporcu annuncino il comeback? –, evolutasi sorprendentemente nella fusion tecnologica di “Voi Due”. Poi gli SPLAtterpinK si ricordano di uno dei loro migliori pregi, le arringhe funk (del tenore di “Sponsor”, il brano contenuto nel mastodonte di “Fonderie Jazzcore”): avanzano così la free form claypooliana, l’alto e il basso della canzone pop agghindata a circo (la title-track) e il cabaret pirotecnico di “Leccaculo” (gli Zu di “Bromio” strigliati dai Faith No More).

Per essere il primo squillo discografico in tredici anni, ci si poteva attendere un pizzico in più di varietà, soprattutto sul versante strumentale, che – a dispetto dell’anarchia – segue traccianti (troppo) ben delineati (splendida, a tal riguardo, la violazione di “Autocit.”, frastornante botta jazzcore sparata fuori da un guscio noir). Ciò non modifica il giudizio storico, che è inevitabilmente giudizio della situazione attuale: la grande sfortuna di quei mattacchioni degli SPLAtterpinK è essere nati in Italia!

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