R Recensione

4/10

Don Caballero

Punkgasm

La grande macchina è entrata in stand-by. Dopo decenni di duro lavoro, ruggenti su e giù per le autostrade, infiniti cambi d’olio e benzina, revisione completa della carrozzeria, scali di marce in giro per il mondo, filtri dell’aria usurati e prontamente sostituiti, ha deciso di prendersi una pausa, ma a modo suo, cercando ancora di attirare in tutti i modi l’attenzione. Come una Rolls-Royce fuori servizio che, tuttavia, fa bella mostra di sé nelle fiere d’auto d’epoca, tutta adornata di lustrini. Magari incastrata in mezzo ad un cavalcavia, mai come oggi trafficato da cilindri più o meno dignitosi.

Nel calderone del math rock i Don Caballero non ci possono più stare. Sono un’istituzione elegante, imponente, sempre presente nei diretti paragoni del genere, capace di prodezze come “What Burns Never Returns” o “American Don”. Tuttavia, allo stato attuale, per l’appunto, trattasi di presenza puramente nominale e non attiva, ancora difficoltosa da scavalcare ma decisamente inerme. Un granitico monumento che non contempla in sé possibilità di dinamismo. Non perché il quartetto statunitense sia diventato, tutt’a un tratto, un insieme di scarsoni senza arte né parte. Questo si afferma, semplicemente, perché i Don Caballero non esistono più. È inutile che ci si venga a raccontare che la dipartita della mente, Ian Williams (ora in forza agli straordinari Battles), non abbia lasciato segni nell’equilibrio (?) del gruppo. Di più, lo ha letteralmente disintegrato, e con ogni probabilità non ci potranno essere più recuperi.

Punkgasm” doveva essere il disco della rinascita (da cosa?), della svolta improvvida, del ritorno ad maiora. Invece, ci si ritrova in mano un lavoro divorato continuamente da un ego mostruoso, rosicchiato perpetuamente da una montagna di cliché difficilmente sopportabile sulla lunga distanza, da un esibizionismo oceanico e da un’arroganza stilistica incomprensibile. Cinquanta minuti di raffinati ghirigori che fanno da contorno ad una ampia voragine di mezzo, nella quale viene risucchiata una gloriosa carriera.

Ci vogliono tre minuti e mezzo prima che entri sulle scene la prima, ruvida staffilata chitarristica di “Loudest Shop Vac In The World”, fino ad allora mero esercizio di stile. Ma, anche nell’immediato dopo, nulla cambia sostanzialmente: i riff entrano a comando, gli incastri ritmici sono scontatissimi, accelerazioni e decelerazioni sembrano paradigmatiche, tutto è precostruito e prevedibile. Ben presto il pezzo si aggroviglia su sé stesso, senza possibilità di scampo. Math stanco e snervato che veglia sul proprio cadavere, come accade nel caso di “Bulk Eye”, dove chitarre e tastiere caricano un carillon che sembra suonare a morte, o in “Challenge Jets”: qualcuno glielo può spiegare, ai DC, che quando i maestri cominciano a somigliare agli allievi (Auto!Automatic!!, nella fattispecie), e non il contrario, la faccenda è di estrema gravità?

Purtroppo non è ancora arrivato il peggio. Se i pezzi sfilati potevano ambire all’Antinferno, mescolandosi indifferenti nell’ampio circolo degli ignavi, ve ne sono molti altri che, prosaicamente parlando, andrebbero ibernati giù nella Giudecca. Nel mirino ci sono, specialmente, la quasi totalità dei brani cantati: “Why Is The Couch Always Wet?” è un lentone giocato su 7/4 percussionistici, ben lungi dal coinvolgere, mentre sono semplicemente imbarazzanti la title-track, pietosa scorribanda garage pestona e lontanissima dalle possibilità della band, e “Shit Kids Galore”, breve ed inutile sfoggio di bravura tecnica dietro le pelli che, francamente, non serve a nessuno se non all’autostima dei Don Caballero.

Per carità, in mezzo ci sono anche un paio di episodi di buona caratura, come il possente drumming della particolare “Celestial Dusty Groove”, o il taglientissimo riff di “Lord Krepelka”, praticamente un’outtake dei Battles, che si affila pian piano per poi sfogarsi nel prosieguo con un’odissea dissonante (spudoratamente ripreso, con minore fortuna, in “Dirty Looks”), o ancora “Awe Man That's Jive Skip”, gorgogliante ed oscura pastiche math-prog davvero ben riuscita. È però consolidato il fatto che, almeno per ora, con questi presupposti, non si può sperare nulla, se non un’uscita (definitiva?), a testa bassa, dall’atrio riservato agli ex campioni. Il cerchio, inevitabilmente, si chiude. La macchina permane nel suo status di ornamento estetico senza velleità polivalenti.

Una cosa, in ogni caso, va data merito ai Don Caballero, quella di aver scelto il titolo giusto per il loro disco. Cosa avremmo fatto se si fosse intitolato “Proggasm”? Orrore!

V Voti

Voto degli utenti: 5,7/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 10:44 del 26 dicembre 2008 ha scritto:

come sei stato cattivo

io lo salvo ampiamente invece, Qua e là pecca un pochino di inventiva è vero ma nel complesso l'idea di costruire brani math-post-rock su tempistiche e immediatezze punk mi ha intrigato molto.

Marco_Biasio, autore, alle 21:16 del 26 dicembre 2008 ha scritto:

RE:

Sai cosa, Alessandro? E' che, soppesati i dischi precedenti (specie quelli di metà anni '90) non me la sono proprio sentita di promuovere questo. Altrove ho letto che il disco rappresenta alla perfezione la copertina, ovvero uno specchiarsi ed un rimirarsi in una cornice ingombrante. Sono d'accordo. Apprezzo comunque il tuo punto di vista!

Suicida (ha votato 6 questo disco) alle 14:25 del 19 novembre 2011 ha scritto:

Impietoso come sempre Marco! I Don Caballero saranno sempre i Don Caballero finchè dietro i tamburi picchierà il Che, fulcro della band (il 98% del lavoro lo fa lui). I famosi "Piripipi" li può fare Williams come chiunque altro e devo ammettere che Doyle si difende bene! Il disco certo non inventa niente (come tutta la discografia dei Don dal '95 in poi se è per questo..), ma nel complesso lo trovo discreto e annoia come un qualsiasi disco dei Battles! ahah