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R Recensione

7/10

Naia Izumi

Soul Gaze / Lone Wolf / As It Comes [EP]

Dicono che Fabrizio De André, pur avendone le possibilità, si fosse sempre rifiutato di conoscere il proprio maestro, Georges Brassens: non voleva trovarsi di fronte una persona diversa da quella mitizzata. “Can you see me?”, sospira Naia Izumi, nel ritornello di “Soul Gaze”, giocando ancora sullo spinoso tema dell’identità. Fa effettivamente di tutto per sfuggire ad ogni classificazione, la giovane chitarrista di Los Angeles, anche a costo di generare attriti e polemiche: la sua recente attività sui social network (il nuovo specchio dell’anima…) ha visto alternarsi richieste di aiuto economico e sdegnose dichiarazioni di autoproclamata indipendenza, dettagliate testimonianze del busking quotidiano e discutibili prese di posizione politiche (soprattutto dopo i tragici fatti di Charlottesville), commoventi confessioni sulla scelta di bloccare momentaneamente la transizione di genere e attacchi frontali ad altre band di L.A. Naia dev’essere una persona non facile, di sicuro non così adamantina come l’avevamo intesa in un primo momento. A tratti viene il sospetto, maligno, che il personaggio stia prendendo piede sulla musicista: la cui attività, peraltro, ultimamente ha conosciuto un deciso rallentamento, tanto che a un anno e mezzo dal breakgroundingSoft Spoken Woman” gli EP rilasciati sono “solo” sette. La recensione prenderà in considerazione i due EP pubblicati nel 2017 (“Lone Wolf” e “As It Comes”), oltre al già citato “Soul Gaze”, uscito nel novembre del 2016 ed accorpato per praticità a questo articolo.

Partiamo proprio da “Soul Gaze” che, sin dall’attacco della title track, sembra proporsi come una sorta di variazione su tema del blues matematico di “Never Let Them Tame You” (ma “Innerworlds” è un lento cadenzato che sembra rimasto fuori dalla tracklist di “Soft Spoken Woman”). Il contrasto tra riff di calcolata durezza e armonie di grande raffinatezza (come nel fuzz pencolante di “The Weight”, che insudicia i delicati arpeggi AOR di un chorus quasi jazzato) sembrano riportare alla mente la scrittura arty di St. Vincent, anche se qui, naturalmente, le asperità sparse del rifferama tendono a risolversi in soluzioni melodiche marcatamente black (“If I Have To” è un gospel laico segmentato da frenetici tapping). Il problema esiziale di “Don’t Ask Me” e “Natural Disaster”, ossia il crollo qualitativo delle ballate, viene qui supplito da una scrittura assai più a fuoco. Per chi non ha mai ascoltato nulla di suo, “Soul Gaze” suonerà come una folgorazione: per gli aficionados, una conferma che Naia, partendo da elementi saputi e risaputi, ha saputo creare qualcosa di davvero nuovo, sebbene già tendente alla standardizzazione [6.5].

In “Lone Wolf” – animale araldico scelto forse non a caso – l’andatura si irrigidisce, i toni diventano più freddi ed asettici. La title track (che regala persino un inconsueto passaggio hip hop) è un soul vagamente dreamy, del tutto irrisolto melodicamente, con la voce di Naia che cerca nel chorus un quasi falsetto in voluta dissonanza con la conduzione strumentale. Le storture emergono in tutta la loro pervasività nella successiva “Calculate”, un brillante crossover orientaleggiante, ricco di rivolgimenti, che ascende ad un ritornello di rumoroso intontimento post-core (Faith No More e Bitch Magnet a colloquio, con il solidissimo apporto alla batteria di Josh Steward). Grappoli di distonie modali trovano il modo di infiltrarsi persino in “Can’t Figure You Out”, un perfetto e sorprendente specimen di ‘80s pop costruito su un’invidiabile cassa dritta (uno stacco notevole con quanto fino a quel momento ascoltato), mentre la conclusiva “Daydreams Of You” inquadra i suoi sofisticati pizzicati matematici all’interno di mutanti, sobbalzanti geometrie trip hop. Sperimentazione a getto continuo che mai perde il suo carattere comunicativo: “Lone Wolf” è di gran lunga il migliore dei tre EP [7.5].

Se “Soul Gaze” è la carezza e “Lone Wolf” lo schiaffo, “As It Comes” lavora di fino sul groove: prova ne sia l’irresistibile “Six Inch Stilettos”, un funk velenoso che ricorda vagamente alcune recenti peregrinazioni degli ultimi Queens Of The Stone Age. Le canzoni sono assai più lineari e meno imprevedibili ma, paradossalmente, una maggiore attenzione ai loro risvolti ritmici tende ad inficiarne l’aspetto melodico (il dejà senti dei primi due EP è pressoché costante in “Milinials”), anche se il rimpallo in controtempo di beat e passaggi in tapping dona alla title track una curiosa coloritura swing. L’equilibrio fra tensioni contrapposte viene nuovamente raggiunto nella sola “Never Mind”, dove lo splendido ritornello è giocato su passaggi di semitoni color seppia, un preziosismo slowcore del tutto inatteso che sfuma su una delicata coda acustica. È uno dei brani più belli e convincenti dell’intero songbook di Naia e dispiace che il resto spesso non sia all’altezza [6.5].

Se le ultime notizie captate su internet sono attendibili, e se la situazione finanziaria dell’artista lo permetterà, entro la fine dell’anno Naia registrerà nuovamente, in assetto da power trio, sedici dei ventotto brani finora presentati. La prossima, intrigante sfida (al netto di nuovo materiale inedito) sarà quella di riuscire a preservare intatta la propria identità nel passaggio da formato breve a lungo e dall’autarchia assoluta alla dimensione collettiva: una prova del nove che nessun alter ego virtuale è ancora riuscito a bypassare…

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