R Recensione

5/10

This Town Needs Guns

Animals

Aprite le gabbie dello zoo, gli animali sono approdati sulla terraferma.

Siamo a Oxford, in Inghilterra, e ci prepareremo a disquisire dei This Town Needs Guns. Non è molto chiaro, non vi pare? Eppure, questi quattro ragazzotti, barbuti, nerd ed intellettuali, sono la perfetta fotografia di ciò che sta accadendo nel mondo del “post” nell’ultimo tempo, sia esso suffissato coi vari –core, -rock, -metal (e la lista potrebbe dipanarsi ancora per righe e righe). Ovvero, il fatale tranello dell’autocelebrazione compulsiva. Potremmo sciorinare, in nemmeno troppo velata sintesi, come i Nostri si siano abbondantemente nutriti, durante la loro giovinezza, di Botch, Don Caballero e, a piccole dosi, Sunny Day Real Estate. Ma non è questo il punto. Non staremo qui ad appropinquarci, per la nostra analisi, alla storiografia completa del genere, né altresì attingeremo a fonti supreme per tratteggiare un quadro complessivo di “Animals”, loro esordio sulla lunga distanza dopo uno split ed un paio di EP.

Mettiamo anzitutto un punto fermo: se il disco fosse stato realizzato con esclusive velleità strumentali, la votazione sarebbe stata certamente più alta e benigna. Ad un livello prettamente tecnico, infatti, i This Town Needs Guns non hanno da invidiare nulla a nessuno: scale derivate direttamente dal jazz e, in taluni casi, dal primo, embrionale emocore, andature portate su tempi preferibilmente dispari, tumultuose cavalcate ritmiche, riff che si attorcigliano decine di volte, fluidi dialoghi chitarristici che si perdono nei meandri di tredici, buone canzoni, ognuna con a denominazione un differente animale. Evidentemente matematica nel concepimento e nello sviluppo, la proposta degli inglesi incontra tuttavia numerosissime aperture melodiche, che si riserbano di escludere l’eccessiva cerebralità che spesso soverchia le ambizioni delle nuove leve nell’etichetta.

Ma, come spesso succede, a rovinare gli equilibri ci pensano le linee vocali. Vero è che per l’indimenticato ed indimenticabile Demetrio Stratos, fra i pochi, veri geni del rock italiano, gli strumenti erano una bassa imitazione del timbro umano. È però doveroso notare come, in ogni situazione, anche la figura del cantante si debba adattare a quelle che sono le esigenze del gruppo. Le cose, purtroppo, non trovano una complementarietà in “Animals”. La prova di Stuart Smith, seppur molto buona, non soddisfa il dna originario del quartetto, chiaramente portato verso un ambito più progressivo ed arzigogolato della forma/canzone. Talvolta troppo ardita, altre volte eccessivamente fragile, il più semplicemente inadatta al contesto e dolce oltremisura per i laboriosi contrappunti dei compagni, la voce rimane spesso indigesta, se non addirittura molesta (l’irruzione iniziale in “Panda” o il continuum di “Pig”, esacerbato per quanto gradevole), togliendo quella patina di profondità in più altrimenti lecita.

Aldilà di tutto, infine, non c’è poi molto da aggiungere a piè pagina. Rimangono un paio di episodi notevoli, come nella mutevole “Chinchilla”, posta in apertura, nelle trombe soffuse che pervadono “Elk” e i suoi tappeti di mobili arpeggi, la malinconia di “Badger”, le tracce di post rock in “Lemur” (non sembrano lontanamente i 65daysofstatic?) e il carillon conclusivo di “Zebra”, breve e notturno emocore che sembra concepito apposta per un distacco dolceamaro. I This Town Needs Guns sono ancora troppo immaturi sul piano compositivo, e molte delle tredici tracce si assomigliano, nemmeno così alla lontana, strumentalmente parlando (verrebbe il sospetto che “Dog” e “Crocodile”, un tempo, non fossero forse due pezzi differenti).

 

C’è sicuramente tempo per crescere ma, nel frattempo, il ritratto del math assume caratteri sempre più incerti e sfumati.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.