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R Recensione

7,5/10

Colin Stetson, Sarah Neufeld

Never Were The Way She Was

A questo punto viene naturale chiederselo: Chi Cavolo Pensa Di Essere Colin Stetson?

Perché va bene arrovellarsi sulla musica d'avanguardia, il minimalismo, il post-jazz & tutto il corredo, ma sbattere il muso contro queste pareti di pietra per una lunga serie di dischi è roba che potrebbe far storcere il naso persino a Luigi Nono, o al fratello snob di Anthony Braxton.

Stetson non sembra preoccuparsi troppo di ciò che lo circonda: ogni tot anni imbocca il suo sassofono baritono (strumento mostruoso e, preme sempre ribadirlo, quasi del tutto fuori contesto in ambito jazz) e decide di avventurarsi in galassie oscure e sconosciute. Galassie dove perdersi è facilissimo (perdonate la banalità della considerazione).

La respirazione circolare (regalo dei solisti più creativi degli anni '60 e '70) viene sposata a tecniche descrittive sempre nuove (l'abuso di microtoni, il pulviscolo di armonici). E così l'impasto fonico, per quanto chiaramente riconoscibile, riesce ogni volta a trasformarsi quel tanto che basta da evitare il fantasma della noia.

Ecco quindi "Never Were The Way She Was", ultima fatica del sassofonista canadese.

Stetson non delude le attese perché, pur senza sondare gli spazi emotivi immaginari e densissimi dei due lavori precedenti, è sempre originale. Lascia da parte il contributo della voce per sfruttare invece quello affilato del violino di Sarah Neufeld, a sua volta arruolata dall'esercito Arcade Fire (e a sua volta alle prese, qui, con un universo molto differente).

Non che la trama e il mood si rovescino, rispetto alle Storie precedenti: Stetson rimane un maestro della musica ambient per sassofono, una sorta di Phil Glass che gioca con l'Art Ensemble of Chicago (ma senza gigioneggiare). Il suo legno possiede qualità siderali: sembra evocare profondità nerissime.

Sembra quasi voler sfidare il ruolo stesso della musica (concetto che ho già espresso, ma mi viene difficile evitare di tornarci): Colin non racconta, non sceglie una direzione precisa. Il suo sound è compatto, lievemente sfrangiato, e ti regala scossoni perché multidirezionale e sovraccarico: mentre Coltrane esplorava tutte le possibilità armoniche e melodiche di una sequenza di note, decostruendola e poi ricomponendola nelle sue debordanti sessioni live, Stetson risulta monomaniacale in modo diverso. Solo apparentemente meno fantasioso: il canadese si appropria di un tema e poi lo scruta; pianta due chiodi al centro del suo cuore per evitare che provi a muoversi: il suo post-minimalismo snervante e viscerale possiede un che di messianico. Sembra sacro.

Stetson ti costringe a osservare per lungo tempo la stessa immagine, fino a trasformarne la percezione: un po' come faceva Monet con la Cattedrale di Rouen; solo che gli occhi, a un certo punto, puoi strizzarli. Le orecchie no: quindi il senso di impotenza, di beata oppressione, diventa ancora più insormontabile.

Il violino, nel frattempo, smuove le acque: il suo piglio deciso (pur lontano dalle dolcezze indie-pop degli Arcade Fire) arricchisce la tavolozza sonora, va a riempire i vuoti lasciati dal sassofono baritono, pervade l'atmosfera di una maggiore vastità di colori e di sfumature. I due artisti alternano con sapienza drammatica i passaggi in coppia e le lunghe discese infernali in solitudine: in tal senso, la monocromatica "The Sun Roars Into View", feroce sino al parossismo, incarna alla perfezione il loro stile meravigliosamente ottuso.

La lunga "In The Vespers" ha invece un'aria colta: il violino è un susseguirsi di dolci virtuosismi, il sassofono affonda dentro la stessa nota come fosse un baratro.

Il finale arioso e liberatorio della brevissima "Flight" concede un po' di tregua: ma è l'abrasiva e vibrante "The Rest Of Us", carica di dissonanze, rumori elettronici, sonorità ancestrali, a regalare i momenti più tossici e disarmanti.

Stetson si conferma un treno in corsa: che nessuno provi a fermarlo, allora.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 5 voti.
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C Commenti

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Paolo Nuzzi alle 12:33 del 7 maggio 2015 ha scritto:

Devo recuperare questo nome, assolutamente. Inizio con la saga New History Warfare e poi questo? Bravissimo come sempre, invogli all'ascolto ed all'acquisto selvaggio!

FrancescoB, autore, alle 13:22 del 7 maggio 2015 ha scritto:

Si Paolo per me il secondo e il terzo della saga sono capolavori fatti e finiti, questo rimane un signor disco. Fra gli artisti jazz (in senso lato) migliori dell'ultimo lustro.

AndreaKant (ha votato 7,5 questo disco) alle 16:13 del 27 agosto 2015 ha scritto:

"With the Dark Hug of Time" è l'apice ai miei orecchi: evocativamente pazzesca, da non credere. Gran bel disco, sfiora l'8.