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R Recensione

7/10

OvO

Creatura

Ια. κἄπειτ΄ ἔκανες;

Μη. σέ γε πημαίνουσ΄.

Giasone: È per questo che li hai ammazzati?

Medea: No: li ho uccisi per farti soffrire.

(Medea, Euripide, v. 1398, trad. di A. Tonelli)

Alla vigilia della disastrosa guerra del Peloponneso, nell’Atene che si propone come illusoria culla della nuova democrazia populista (ricorda qualcosa?), il tragediografo Euripide sceglie di disegnare il suo nuovo dramma attorno alla figura mitica di Medea, la figlia del re della Colchide fuggita con l’argonauta Giasone. Medea è l’incarnazione di quel sommerso che il razionalismo pericleo si sforza ostinatamente di scotomizzare: una figura perturbante, eccessiva nelle sue passioni, legata all’Oriente (la Georgia è a un passo dalla Persia degli antichi fantasmi di Ciro e Serse…), versata nelle arti magiche, rappresentazione di un femminile selvaggio e ctonio che rimanda a tradizioni e rituali arcaici volutamente ricacciati nel subconscio dei circoli misterici. In Medea si fondono la figlia che tradisce il padre, la sorella che uccide il fratello, la ribelle proto-femminista in un ambiente fortemente androcentrico, la moglie tradita che scatena la sua crudele vendetta sui figli e sulla rivale in amore. Medea è (anche) la voce della coscienza di una polis che – all’apice della sua gloria – sceglie di tuffarsi nell’insensato scontro fratricida che ne decreterà il declino imperituro.

La creatura degli OvO, un androgino centauro-arpia rifratto in una nerissima volta trapunta di stelle, emerge dagli stessi solchi suggeriti dall’illuminante video di “Satanam”: ambienti rurali, governati dai cicli naturali, spogli, isolati e desolati. Una corrispondenza troppo perfetta per essere accidentale, specialmente considerata l’atavica inclinazione di Stefania Pedretti per le tematiche esoteriche e di genere. A confermare l’ipotesi che la continuità con il precedente “Abisso” – musicale, dunque anche concettuale – sia più di un semplice sospetto interviene, poi, anche il livello superficiale: i titoli degli undici brani di “Creatura” evocano costantemente dimensioni “altre”, a livello spaziotemporale (le voragini nere e bianche, i piani dell’inferno e dell’aldilà), sociale (i freaks), antropologico (l’elemento matriarcale). Nel suo piccolo (nemmeno tanto), quella degli OvO è dunque un’operazione fieramente controculturale, se per controcultura intendiamo le istanze radicali di quegli anni ’70 dai quali – quasi a voler far quadrare il cerchio – proviene anche la maggioranza degli input strettamente musicali riversati nel disco.

Sebbene siano sempre, testardamente in due, è già da “Cor Cordium” che il minimalismo dinamico degli OvO mira a farsi orchestra, a perfezionare nella forma e nella sostanza la propria grammatica. Capita ancora, pertanto, di veder sfilare assalti all’arma bianca (“Bell’s Hells”) o trogloditici panzer industrial-doom sfregiati da effetti chirurgici e urla dell’oltretomba (“Freakout”), ma a prevalere sono quadri differenti, più suggestivi e visivamente meno espliciti – tutta la differenza che potrebbe intercorrere, cinematograficamente parlando, tra un Fred Vogel e un Simon Rumley. Così “March Of The Freaks”, assordante e mesmerizzante processione noise, prende forma da un tremolare strumentale che sembra inglobare embrionali melodie black: “Zombie Stomp” è un mefistofelico hully gully deformato da bassi poderosi e infiltrazioni dark ambient; la title track suona come un goth-post punk vomitato da una legione di demoni e la stessa “Satanam” caracolla, ultra-heavy e ipersatura, sotto il peso di uno spietato oscillatore.

Quello che sembra mancare qui e lì in “Creatura”, e che glorificava invece l’esposizione di “Abisso”, è la coesione interna del disco stesso, la capacità di mettere in comunicazione episodi anche molto diversi fra di loro. È evidente, per dire, che lo snodo focale di “Creatura” si gioca nei quasi undici centrali minuti di “Buco Nero” e “Buco Bianco” – la prima disperata ed atonale no wave teatralmente interpretata da una novella Diamanda Galás, la seconda deforme pièce noise-motorik (Throbbing Gristle?) chiosata da lallazioni disarticolate e risate agghiaccianti. Senza dubbio uno dei vertici della continua ricerca musicale degli OvO, qui leggermente frustrato da dinamiche non ottimali: vi si approda per contiguità, non come culminazione e finalizzazione di una progressione narrativa (si pensi, per contrasto, alle “Harmoniae” del capitolo precedente). Il già impegnativo ascolto, per diretta conseguenza, perde in scorrevolezza.

Diretto successore dell’EP “Averno / Oblio” (2014) e del “Volumorama #1” inciso in coppia con i Cagna Schiumante, ora Immaginisti (2015), “Creatura” completa il trittico dorelliano aperto da “Adagio Furioso” (e successivi EP) dei Ronin e proseguito da “Necroide” dei Bachi da Pietra, che – per certi versi – anticipava da una diversa prospettiva gli snodi essenziali del discorso imbastito dagli OvO. Qualcosa, forse il nostro sesto senso, suggerisce che uno spettro si aggiri per l’Europa: il fantasma di una nuova rivoluzione…

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shadowplay72 alle 1:05 del 27 novembre ha scritto:

Band noise rock italiana che mi fa impazzire!