V Video

R Recensione

7/10

Picore

Assyrian Vertigo

Se è vero che la vertigine non è la paura di cadere ma la voglia di volare, i francesi Picore hanno deciso di planare molto in alto con questo disco oscuro e ambizioso. “Assyrian Vertigo” viene dopo il breakbeat di “Discopunkture” e il future jazz de “L’Hélium Du Peuple”, offrendoci una cronaca fittizia, ma verosimile, della civilizzazione nella sua veste di conquista. Non a caso ancora oggi gli assiri vengono studiati nelle scuole di mezza Europa come esempio di società organizzata militarmente con riti religiosi piuttosto complessi che in qualche modo hanno influenzato anche i monoteismi, sin dall’invasione babilonese di Gerusalemme. La line up dei Picore è cambiata spesso nel tempo e oggi l’organico è composto da Timoteo voce, chitarre e basso, Fayolle ai corni e harmonium, Malbete alle percussioni e programming, Jourdil al clarinetto, Rabany al noisebox e waterphone, Juge alla batteria.

Assyrian Vertigo” è un disco concettuale ed è impossibile dunque slacciare la trama sonora da quella intellettuale: nell’astratto letfield impostato dalla band francese viene man mano inserito un plot da romanzo storico. L’apertura noise di “Eau” cede presto il comando al tribalismo di “Ziggurat”, tempio della religione mesopotamica, in cui le scudisciate industrial si lasciano assorbire nell’intreccio di percussioni. “Meure Menace” è nei fatti una minaccia di morte, una gigantesca dichiarazione di guerra, con sferzate di metallo che stuprano il mood rock. Arriviamo così a “Aubade”, unico spiraglio di dolcezza in tanto trambusto, che, proprio come in un’aubade – una poesia o una canzone che ha per tema gli amanti che dopo la notte d’amore si separano allo spuntar del giorno – ritrae un’alba tempestosa, prendendo in prestito le liriche e le fratture del post-rock. Ancora suoni industriali in fermento con “Fiasco” per arrivare all’interludio “Sable” in cui il disco sembra prendersi la prima pausa: il risultato è ancora una volta iconoclastico e spinge felicemente verso una convergenza di generi, strumentale e tribale insieme. L’alto voltaggio dei Picore riprende la sua marcia regale con “Equus” per attestarsi con “Ellipsis” presso un coagulo di chitarre incandescenti e improvvise cadute nel classicismo, come spesso accade ai Mogwai, agli Eluvium o agli Explosions In The Sky. Ma è giunto il momento di riprendere in mano il discorso storico vero e proprio. “Sardanapal I”, re assiro menzionato persino dal Foscolo, prende qui le sembianze di un cyborg spaventoso e disumano, opposto invece all’ordinata raffinatezza di “Gilgamesh”, personaggio mitologico cantato da Battiato, pensato qui come un dispensatore di vita e di morte, con i Picore che cadenzano i battiti dronici per poi sporcare di noise il bel dipinto. “Nynias”, figlio rampante della regina Semiramide nonché simbolo della dicotomia madre/figlio, è ancora una volta definito dai Picore con colori forti e le batterie sembrano suonare in overdub. Prima di “Vertigo” arriva l’ultimo ritratto, quello di “Sardanapal III”, ultimo re assiro nel quale mecenatismo e voluttà sublimarono. Il suono è sempre metallico, ruvido, ma i Picore riescono a decifrare il declino della civiltà assira attraverso le increspature del noise.

Quello che concettualmente è un percorso storiografico di violenza e maestà che trasuda sete di conquista, musicalmente si trasforma in un disco di grande fattura, che va ad inserirsi in quel filone elettronico, un po’ industriale un po’ cacofonico, tanto caro agli Einstürzende Neubauten e ai Nine Inch Nails, ai Godspeed You Black Emperor! e ai To Kill A Petty Bourgeoisie. Disco ottimo, insomma, anche se un po’ di chiarezza narrativa in più non guasterebbe, visto l’indiscutibile inganno tra storia e leggenda.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.