R Recensione

7/10

Blank Dogs

On Two Sides

In casa Sacred Bones si respira un’aria venefica e corrotta, un’aria che trapela fetida da fondamenta erette sui cadaveri di miti lontani, di generi oggi riesumati solo nelle loro versioni più patinate ed innocue. Si dimenticano le nebbie post-industriali che fecero sorgere certa new wave, i lati più oscuri di certo synth-pop, del dark e dell’industrial. I nomi di punta? Factums, Pink Noise, Zola Jesus, Dead Luke, His Electro Blue Voice…uno più malato dell’altro, questo è certo. Ma occupiamoci dei Blank Dogs. Loro sono un gruppo che a deciso di dedicare la propria arte alla distruzione di tutto ciò che c’era di allegro e scanzonato nel synth degli anni ’80. Il trucco è semplice: una voce grave e trascinata e una pessima registrazione lo-fi. Mossa degna di conferire ai nostri una levatura underground ammirevole poi, quella di mettere a disposizione l’intera discografia scaricabile gratuitamente sul loro sito web.

Tra ep, singoli, compilation e split finalmente i Blank Dogs giungono al primo album, On Two Sides. Si può a questo punto evidenziare il primo difetto, così per liquidarlo subito: abituati a caricare non più di cinque-sei brani del loro intrigante synth-punk macabro (pensiamo allo splendido Diana (The Herald) del 2007), non si riesce ad essere del tutto incisivi diluendo la foga artistica nei dodici pezzi che compongono l’album. Tuttavia il sopraccitato difetto non è sufficiente a far affondare un album che, dove non geniale, riesce comunque a catturare in spire morbose e frenetiche, iniettando dosi di cattiveria in salsa punk e viscidumi synth in grado di riempire per bene le future giornate piovose autunnali.

Punk abbiamo detto. Si esattamente, ma stiamo parlando di un derivato del punk, un distillato che trae spunto da due fondamentali ingredienti: i Joy Division (per quanto riguarda la voce e le atmosfere orrorifiche) e i Chrome (presenti nelle scorrerie chitarristiche arrugginite e graffianti e nelle atmosfere robotiche presenti in ogni traccia). Ants si fa subito degna messaggera di questo affascinante stile: siamo immersi in un claudicante synth-punk, confuso ma diretto, dove spicca un ritornello scanzonato, in contrasto con lo stridere del pezzo. Blaring Speeches è uno splendido motivetto dark, dove la voce echeggiata vibra su una partitura di basso pienamente anni ’80 e si svaga su irresistibili linee elettroniche.

Con la successiva Twenty Two si riconsolida l’impasto sonoro affidato al lo-fi che fa di chitarre, voce, basso e batteria un unico ammasso gracchiante e confuso. The Crystal Ladies si sviluppa a partire da una pesantissima trama di synth su cui si eleva la cantilena del cantante (non meglio identificato e forse l’unico membro del “gruppo”), storpiata da effetti capaci di renderla metallica ed inumana. Non si capisce poi come si riesca in quella riuscitissima unione tra sensibilità pop, meritevole di ritornelli azzeccati e di un ottimo senso della melodia, e ambizioni sperimentali di Calico Hands, o dove si siano trovate tutta la rabbia e la paura necessarie a comporre un pezzo spietato come Pieces.

L’alienazione dell’uomo meccanico e tecnocrate moderno si fa sentire in tutta la sua disarmante freddezza in Epic Moves, The Lines rende ancor più compatto il groviglio di Twenty Two e RCD Songs stupisce nuovamente grazie ad un motivetto di sintetizzatore che sembra finito lì per puro caso. Un art punk robotico detta le regole alle agghiaccianti The Station e Meltdown Cloud, capaci di mitigare la furia di Pieces con le trovate degli altri pezzi. Chiude il tutto il pop surreale ed oscuro di Three Window Down, pulsante, depravato ma anche solenne e decadente, quasi a voler incarnare in sé il concetto stesso di “fine”.

Il disco è finito, abbiamo ascoltato ottime cose, apprezzato l’interpretazione di alcuni grandi del passato (primi su tutti, lo ripeto, i Joy Division), ma qualcosa non torna. Non sembra esserci un’idea unitaria di come sviluppare il disco, i pezzi non si legano l’uno all’altro organicamente, sembrando al contrario una raccolta poco ragionata. Un po’ di confusione ecco tutto, niente di grave ma sufficiente a non far brillare questo On Two Sides come avrebbe pienamente potuto.

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 4 voti.
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loson 8/10
REBBY 7/10
target 7/10

C Commenti

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loson (ha votato 8 questo disco) alle 16:14 del 7 ottobre 2008 ha scritto:

In sostanza concordo con te, Matteo: new wave deviata riletta secondo un'ottica lo-fi e vagamente shoegaze, anche se diversi pezzi li trovo particolarmente riusciti. Tirando le somme, un 7,5.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 18:45 del 22 dicembre 2008 ha scritto:

con colpevolissimo ritardo l'ho ascoltato provandone proficuo godimento. In effetti qualche baso ce l'ha però si sa che il cas è sempre piuttosto stretto nelle votazioni da buon scaruffiano qual'è ))) eheh

Cmq per i riferimenti stilistici e le influenze concordo pienamente. per il voto mi sento di dare quel qualcosina in più come ha detto loson. cmq sembra davvero interessante sta scena della sacred bones, dovrai informarmi un pò di più caro cas

Cas, autore, alle 20:03 del 22 dicembre 2008 ha scritto:

Moolto interessante la scena sacred bones, come in generale quella shit gaze e weird punk (su ondarock c'è un ottimo approfondimento ).Comunque sono stato combattuto pure io per quanto riguarda, ho scelto il sette non solo per i "difettucci" dell'album, ma anche perchè in passato la scena ha avuto lavori (anche degli stessi blank dogs, assai più meritevoli...

REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 8:26 del 16 febbraio 2009 ha scritto:

I primi 6 brani mi sembran un pò tutti lo stesso

pezzo, ma è un bel pezzo secco, conciso ed abrasivo. La side b è un pelino più varia, ma

a me piace meno. Ascoltate almeno Ants, sentirete

che ne varrà la pena.