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R Recensione

5,5/10

惘聞 (Wang Wen)

歲月鴻溝 (Sweet Home, Go!)

In patria, i 惘聞 (Wang Wen) sono delle star assolute. I Godspeed You! Black Emperor di Dàlián, i Mono della Grande Muraglia, The Ocean con gli occhi a mandorla. Gente capace, dopo un non trascurabile percorso artistico di diciassette anni e otto dischi, di fare 1500 sold out nel corso del loro ultimo tour. E d’accordo che la Cina è grande, ma voglio dire: 1500 sold out. Il dubbio comincia a rodere dall’interno: esiste una scena post rock cinese? Quali sono le sue dimensioni? Com’è nata, come si è sviluppata? Perché ai cinesi dovrebbe piacere il post rock (e qui ci rispondiamo: perché piace a tutti…)? L’etnomusicologo postcolonialista che sonnecchia in ciascuno di noi, pervicaci sostenitori di ogni aberrazione a sette (+ cinque) note, sogna sempre, in fondo, di imbattersi in una variabile impazzita, nascosta in un angolo sperduto del globo terracqueo, che metta in discussione ogni singolo schema precostituito dell’occidentale medio. Ma riporre questa fiducia in un gruppo come i Wang Wen è pensare che sarà uno come Giovanardi ad annunciarci l’anarchia: naif.

Per quanto il nostro giudizio sia inevitabilmente inficiato dal non conoscere a dovere i precedenti capitoli della loro non trascurabile discografia, la similitudine con alcune formazioni de noantri è così palese che possiamo argomentare con cognizione di causa. I Wang Wen sono una band magniloquente, roboante, barocca. Se i numeri di cui sopra non vi sono stati sufficienti, basti pensare che il precedente capitolo studio, “In Course Of The Miraculous”, era un box set comprensivo di book fotografico, dvd e vinile della soundtrack dell’ultima installazione artistica del cineasta Cheng Ran, un Diary of a Madman lungo nove ore (!). “歲月鴻溝 (Sweet Home, Go!)”, scritto nel corso degli ultimi tre anni, è meno torrenziale nelle dimensioni (nemmeno troppo: settantatré minuti per sette tracce), ma non meno contenuto nelle ambizioni. Chitarre a volontà, percussioni di varie forme, dimensioni e timbri, archi, trombe, theremin, inserti elettronici… La musica dei Wang Wen è, certo, solenne e maestosa, granitica ed emozionante. Ma a cosa porta questo profluvio di sforzi, quest’overdose di sfumature? La risposta è: a niente. O meglio: a niente che non conoscessimo già a memoria. Lunghe cavalcate costruite attorno a uno o due riff ripetuti per decine di minuti, distorsioni quanto basta, imponenti orchestrazioni, dinamiche interne azzerate e ridotte a muta autocontemplazione.

È “Under The Pipal Tree”? Sì, lo è. Ma è anche “Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” e – perché no – “13 Blues For Thirteen Moons”, senza un briciolo della sua disperata interpretazione. Non si vuole la novità ad ogni costo, ma non c’è nulla, ad esempio, che illumini l’ascoltatore ignaro sulla provenienza geografica del gruppo, se non fugaci scorci di meditazione ascetica, a capella, che si fanno puro suono, astrattismo su tela (i flauti andini sparsi qui e lì nell’estenuante “歲月鴻溝 (Sweet Home)”, la conclusiva, brevissima “歸零 (Reset)”, registrata in una fabbrica abbandonata). Un po’ troppo poco, onestamente, per catturare l’attenzione. Di passaggi evocativi ve ne sono svariati, intendiamoci (ma, per un disco di genere, peraltro così lungo, ci mancherebbe altro), e almeno un brano andrebbe ascoltato con attenzione dall’inizio alla fine: parliamo di “21世紀不適症 (Lost In The 21st Century)”, uno slowcore catatonico costruito su un loop di violoncello ed archi sintetici, nella cui seconda metà si risveglia una vivida serpe elettrica infestata da apparizioni goth. Ogni buona intuizione viene però stirata all’inverosimile e si perde nelle anse di suite interminabili, ridondanti. L’attacco pianistico di “海洋之心 (Heart Of Ocean)” riporta alla mente i Giardini di Mirò di “Rapsodia Satanica”: ma il brano, in sé, è una processione romantica di scarso spessore, che si fa giorno dell’apocalisse solo sul finale. “紅牆黑牆 (Red Wall And Black Wall)” aumenta i decibel delle chitarre, suonando troppo vigorosa per essere una sinfonia e troppo poco per essere una frecciata post-core. Per un istante, “黃泉水 (Netherworld Water)” compie il miracolo di resuscitare i Crippled Black Phoenix altezza “Night Raider”, con le chitarre che macinano melodie spettrali e gli archi sospesi sopra di esse, come sciabole pronte all’assalto: eppure, come in una scenografia da kolossal, tutto scivola, nulla succede. Come se la natura, in un dipinto di Turner, non fosse forza soverchiante ed incontrollabile, ma semplice cartolina.

La curiosità può ampiamente giustificare l’approccio e i primi ascolti. Ma “歲月鴻溝 (Sweet Home, Go!)”, nonostante tutte le buone intenzioni, rimane un prodotto strettamente ad uso e consumo dei die hard fans.

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