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R Recensione

6/10

Aidoru

Songs Canzoni - Landscapes Paesaggi

Achtung!, argomento impegnativo. Altro che allegati. È sufficiente un’occhiata distratta al packaging del loro quarto disco ufficiale, per accorgersi che gli Aidoru sono un gruppo, se non serio, quantomeno alla ricerca di una certa posizione. Poi viene tutto il resto. E cioè: significato del nome, quartetto cesenate, evoluzione artistica, graphic art, poesia, musiche per spettacoli teatrali, associazioni omonime di filodiffusione culturale. Il topolino che partorisce la montagna, a fare gli spiritosi. Encomiabile che ancora qualcuno, nell’indefinito (-ibile) maelstrom di spettacolare nichilismo culturale che Berlusconia ed adepti si tirano dietro, non deponga le armi ma, anzi, combatta con più forza. Però, c’è un però. Warning!, ci dovrebbe essere scritto nelle note di “Songs Canzoni – Landscapes Paesaggi”. Materiale pesante. Invece, tragico stereotipo che accomuna una buona parte dei gruppi strumentali, tonnellate di versi in libertà, immagini, flashback, pensieri. Non esattamente un antalgico.

Attenzione!, allora, ce lo mettiamo noi. Se credete di aver trovato l’ennesima formazione di post rock cinematografico dalla tediosa propensione all’affastellamento di arpeggi ed arpeggini per dieci minuti o più di inconsistente noia, passate oltre. Idem, se sentite la necessità di ascoltare un po’ di sostanza. Per entrare nello spirito dell’opera bisogna accettarne, come diretta conseguenza, la caratteristica cardine: la disomogeneità. Una figlia insidiosa, talvolta collaterale che, tuttavia, in questo contesto appare fortemente voluta, quasi a dimostrare che l’unione di molti non fa per forza di cose l’intero. Prendere o lasciare. Non credo nemmeno, a dirla tutta, che gli Aidoru volessero realizzare un disco compatto ed organico: retaggio delle commistioni all’ordine del giorno con altre forme d’arte, probabilmente, o necessità di ragionare a più dimensioni.

Immersi in queste riflessioni, l’album acquista di senso. Servirebbe un supporto diverso per le lente, ritmiche carburazioni di “Loopwalking” o per gli scossoni jazz rock di “Modale”: videoproiezioni, slide fotografici, persino compartecipazioni a tutto tondo che includano recitazione o pittura. Molte sono le possibilità per rendere maggiormente interessanti segmenti dalle potenzialità altrimenti destinate a rimanere inespresse (vedi il teso crescendo drammatico di chitarre, pianoforte e percussioni in “Ritratto Delle Correnti”, comandata ad arte nel caricare e scaricare la tensione). Altrove la freschezza e la particolarità delle idee non devono appoggiarsi ad interventi esterni per esplodere, ed è proprio in quei momenti che vengono recisi di netto i legami fra gli emiliani e il frustrante particolarismo intellettuale – per non dire narcisismo – colpevole di avere infettato tutta una progenie di musicisti. Post rock dalla valenza in sé stesso e non beato della propria etichetta: pur sempre cerebrale (i Tortoise sono dietro l’angolo) ma meno autocelebrativo. “Albert None” fa inerpicare una splendida chitarra su una perfetta cassa dritta, a formare uno shake psichedelico dalle forte tinte passionali: il groove di “Arcosanti”, a metà strada fra l’Iggy Pop di “Lust For Life” e le Supremes, regala sprazzi di dinamismo matematico; “Meno” deturpa una semplice linea melodica con cannonate no wave.

Dopo le “canzoni”, ecco che sfilano sotto gli occhi i “paesaggi”, all’insegna di una coesione più sensibile, ben restia a distinguere con l’accetta suoni e silenzi, pieni e vuoti. Una strada difficile ed inerpicata sulla quale avventurarsi e corrispettivi risultati, bene sottolinearlo, non sempre all’altezza. Quando sono solo fruscii e field recordings a tenere in piedi strutture fragilissime – quelle di “110 (Frames)”, per esempio – la noia la spunta su tutto. Un po’ meglio va a brani sulla stregua di “Di Notte”, tenue e delicata ninna nanna per xilofono da ascoltare al buio, appena sporcata da delays di chitarra, o della lunga, lenta “Note/Epilogo” in chiusura, ma sembra sempre troppo poco o, quantomeno, presenza relativamente superflua in un platter che affronta con coraggio vari argomenti, senza sminuire le proprie capacità, e solo sul finire si perde banalmente.

Scarna sufficienza da rimpolpare adeguatamente mediante la visione di un live set.

 

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