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R Recensione

7/10

Blueneck

Repetitions

I Blueneck sono una realtà atipica rispetto allo standard della Denovali, se di standard si può parlare per una etichetta comunque dalla sensibilità così “allargata”, dedicata a descrivere le varie entità che il post-metal ha assunto nel tempo. I Blueneck, giunti al terzo capitolo discografico (che segue l'apprezzato "The Fallen Host" del 2010), mi paiono ormai degni destinatari di quell’espressione che ho coniato per quel filone artistico che è derivato dalla decantazione di quell’immane lavoro che è stato “Spirit of Eden” (1988) dei Talk Talk: dunque anche i Blueneck si possono fregiare del titolo di “eredi dell’Eden”, ossia possono vantare una discendenza spirituale da quel lascito musicale ed emozionale costituito dall’epocale album di Mark Hollis & soci. Il loro sound è dunque ascrivibile a quella stessa ricerca malinconica eppure veemente delle proprie radici dell’anima. Una rappresentazione emozionale di questo intenso cercare, ecco cosa è “Repetitions”. Nel crepuscolo, in cui la rasserenante luce dell’alba è ancora lontana, la band del Somerset, inaugura un limbo fatto di considerazioni intimissime eppure tese a deflagrare, non per il tramite di muri chitarristici o esplosioni ritmiche, bensì attraversando stratificazioni sonore densissime realizzate con l’uso sapiente di una strumentazione analogica (sintetizzatori ed organi), amplificatori di vecchia scuola, piano, violino, viola e violoncello, acustiche arpeggiate, voci, pedali. Tutto registrato in presa diretta, con una grande passione compenetrata nel cuore e nella mente. Questo non è ambient-rock e tantomeno ambient-metal. Di certo non è afasico post-rock. Dalla poderosa apertura di Pneumothorax si potrebbe essere messi sulla falsa strada. Bisogna attendere almeno la struggente evaporazione di Sawbones per capire le coordinate lungo le quali si dipana questo viaggio. E anzi sarà necessario indugiare ulteriormente. Ci si ritroverà dentro, oltre all’essenza trasfigurata dei Talk Talk (e l’evocazione della stessa voce di Mark Hollis), lo spirito di quei “naturalisti” degli Shearwater, lo studio dei concettuali Rachel’s, le dinamiche dell’anima dei Dirty Three (di “Ocean Songs”, 1998), i riverberi degli immaginifici Bark Psychosis o le attitudini degli A Silver Mt. Zion meno declamatori. Composizioni del calibro di Ellipsis, Una Salus Victus, Barriers Down, sanno dare vita e senso ad interi mesi passati in compagnia di tanta bella musica, ma priva di un solco sacro o forse semplicemente umano, profondamente umano. Almeno nell’accezione più alta di questo aggettivo.

Ad un ascolto superficiale parrà che poco stia accadendo. Ma la verità si schiude solo a chi presta tempo (tempo della propria vita e quindi la propria vita, tout court) e concentrazione: e allora si comprenderà quanto in queste tracce sia disposto in più livelli, anche se non si rinverranno elementi normalmente codificati e preposti a scandire il tempo e finalizzati a sottolineare pleonasticamente le transizioni emozionali (l’unica vera epifania sonica avviene negli ultimi minuti di The Last Refuge). Qui bisogna metterci del proprio e rimettere in discussione i propri preconcetti. Forse un album come questo attiene ad un personale percorso di maturazione in termini di dedizione e attenzione. La sensazione di trasporto nascerà di conseguenza, in virtù di ciò.

Sarà interessante vedere dal vivo un ensemble come questo, se in un luogo idoneo adatto al loro sensibile mondo musicale. Quindi, traendo le opportune conclusioni, è meglio che in Italia non vengano, se rari, rarissimi posti dedicati davvero alla musica, non possano accoglierli.

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