V Video

R Recensione

6/10

Canyons Of Static

Farewell Shadows

Di post-rock ne abbiamo sentito tanto, troppo e da troppo tempo: lo abbiamo assaggiato in tutte le salse, ne abbiamo viste di tutti i colori. E ad ogni nuova proposta diventa sempre più necessario (e pesante) alzare il livello dell'accettabile. Ciò che rende poco tollerabili le "regole del gioco" non è che dei giovani ragazzi decidano di parlare in una "lingua morta", ma che attorno loro gravitino figure un pochino più mature ed esperte rispetto ai loro protetti, che non riescono a guidarli in un percorso di crescita verso nuovi scenari e che, dunque, li conducono ad incidere sempre lo stesso logoro solco. Il fatto è che ai giovani musicisti di cui sopra continuano a rispondere, sempre numerosi, altrettanto giovani (ed acerbi) ascoltatori.

Questa la premessa per descrivere lo stato d'animo con il quale mi sono accostato a "Farewell Shadows". I Canyons Of Static, pur non avendo carte vincenti per quanto riguarda l'originalità, si sono lasciati ascoltare e, successivamente, apprezzare in virtù delle loro valide capacità strumentali, di uno spiccato senso del gusto in fase compositiva e di una elevata qualità della registrazione non così comune su questi lidi. Dopo un lungo periodo di fiera autoproduzione iniziato nel 2006 e durato per due album e per una manciata di EP, la Oxide Tones decide di investire in loro e di distribuirli per canali finalmente soddisfacenti. Senza dubbio a persone che del post-rock hanno perso qualche capitolo, il sentire riassunte in un solo album, tutte le carattestiche sonore con le quali si sono variamente espressi Mogwai, Explosions In The Sky e God Is An Astronaut, parrà di toccare il cielo con un dito, tanto il lavoro emana una grande energia creativa, almeno nella sua capacità di sintesi. Certamente il prodotto finale risulta fruibile senza necessariamente risultare facile, banale. Però anche se le molte domande che restano prive di risposta ci spingono a rimanere con i piedi ben saldi a terra, persiste la tentazione di lasciarsi trasportare dalle stratificate atmosfere senza, diciamo così, costruirsi troppi cerebrali attrezzi per il taglio di legname. Specialmente quando sopraggiungono brani dalle strutture micidiali come Wake, Drift o Never Alone Again. Il lungo trascorso in queste latitudini richiama ad una più sobria accettazione di questo nuovo ed ennesimo disco-altare eletto al laico fuoco del post-rock. La band del Wisconsin, pur essendo superiore alla media, andrebbe incoraggiata se non a progredire verso tradizioni musicali completamente diverse, almeno a tentare di confrontarsi con diramazioni più sperimentali e a procedere su rotte meno battute, pur esistenti in seno al corpus discografico del post-rock stesso. "Farewell Shadows" è un disco omogeneo senza passaggi in grado di mettere in discussione la direzione sonora, senza momenti deboli ma anche senza momenti indimenticabili. Le chitarre fanno quello che vi aspettereste: arpeggi ariosi alla Cure, vibrati e riff portentosi all'occasione propizia. Sorprende la sezione ritmica ed in particolar modo la batteria per saper guardare al di là di quelle geometrie che da queste parti si è soliti ascoltare e che spesso non richiedono neppure grandi abilità. "Farewell Shadows" meriterebbe, come tanti altri dischi, una votazione per ogni aspetto che lo rappresenta. Non potendo, diciamo che gli alunni si sono attenuti al tema del compito con rigore e senza errori di grammatica, dimostrando di conoscere la materia specifica, me evitando riferimenti ad altre discipline e personalizzando troppo poco l'argomento. Li si promuove, ma da loro ci si aspetta molto di più. Oh, yes.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.