R Recensione

9/10

Crippled Black Phoenix

Night Raider

Essi giacquero sulla piana di Mora e i venti scuri fischiarono sugli eroi. Cento voci si levarono ad un tempo e cento arpe furono fatte vibrare. Essi cantarono dei tempi antichi e dei possenti condottieri di quelle epoche. E adesso quando udrò il cantore? L'arpa non vibra a Morven, e l'armonia della musica non sale fino a Cona. Il cantore e la sua forza si sono spenti, la fama non è più nelle lande” (James MacPherson)

Endtime ballads.

Come in un sogno. La zoppa fenice nera è emersa, ancora una volta, dalle dense nebbie che popolano i luoghi dove sta girando, ininterrottamente, da due anni a questa parte. Ha le piume arruffate, appena bagnate dalle stille di umidità che si condensano a terra. Si posa un attimo a terra, giusto il tempo di riposarsi un po’, e poi si libra di nuovo in aria, maestosa e sciancata, alzando un polverone lisergico che ricopre la pianura da cima a fondo. Nel punto esatto in cui si era rannicchiata qualche istante prima, vi sono ora due piatti, neri, leggeri. Con una nota: “just rock”. Sarà.

Avere fra le mani questo doppio lavoro è una cosa che fa pensare, a lungo e laboriosamente, sia per i suoi fittissimi coacervi lirici e sonori, sia per l’effettiva imponenza del progetto. Ha senso ancora parlare di generi, di rigide dighe per confinare i flussi musicali, di etichette entro le quali catalogare interi concept? In virtù di quale assurda fantasia il bassista di una delle formazioni-chiave del post rock e l’ex, monolitico batterista degli Electric Wizard, maestri dello stoner metal, non potrebbero stringere un’intensa e proficua collaborazione, in un ensemble artistico che comprende l’inserimento di violoncello e fisarmonica? Sono domande spinose e destinate a rimanere insolute poiché, di fatto, non vi sono le aprioristiche condizioni di base per porle. Benvenuti nella terra d’Essay, dove soffia lo stesso vento che, millenni orsono, sbaragliava le navi in mare aperto, cullava le trecce delle donne, spazzava colline e brughiere, accarezzava le figure dei leggendari guerrieri rapsodati in mitici componimenti poetici.

A Love Of Shared Disasters”, l’esordio dei Crippled Black Phoenix datato 2007, aveva ampiamente dimostrato come la confluenza di musicisti dalle estrazioni discordi in un unico supergruppo si rivelasse un parametro di coesione, più che di sbarramento. Strumentali e brani cantati, atmosfere da Apocalisse e squarci di tempesta, canti corali e vaticini liturgici, spoken words e samples: l’imponente colonna sonora per la deriva umana del Nuovo Millennio, spesso difficoltosa da assorbire tutta in un colpo, ma non per questo priva di fascino e spessore. Il discorso, con la duplice uscita “Night Raider” – “The Resurrectionists” (per dovere d’informazione, in sede d’esame andremo a disquisire solo del primo, almeno per ora) si fa ancora più ricco e coinvolgente. Non solo il bagaglio sonoro lievita a dismisura, ma lo stesso concetto di tempo sembra fermarsi, per piegare alle volontà del complesso decine di anime diverse: quella dei bardi, dei predicatori, dei cantori di corte, delle rockstar sguaiate. Visto dall’esterno, “Night Raider” potrebbe quasi apparire, ad un fugace sguardo, un sunto dei cursus honorum degli stessi musicisti. In realtà, la verità è che, senza paura di commettere refusi, i Crippled Black Phoenix abbiano plasmato la loro grande ecletticità stilistica sulla base di brani solidi e strettamente legati fra loro da un filo conduttore rivelato solo dopo reiterati ascolti. In altri termini, qualcosa di nuovo, non nel senso dei valenti presi singolarmente, e nemmeno nel complesso, ma nell’interpretazione data al risultato ottenuto.

Endtime ballads. Ancora una volta. Giù, in caduta a spirale, vorticosamente, senza tirare il fiato, costeggiando quasi venti minuti di completa estasi mistica. “Time Of Ye Life/ Born For Nothing/ Paranoid Arm If Narcoleptic Empire”, mastodontica suite d’apertura, ha il gusto di chi saccheggia un quarantennio di rock con l’atteggiamento sacro e mistico di chi ha, in fronte a sé, qualcosa di altamente prezioso. Dal crescendo lancinante iniziale, con un violoncello epico a tagliare in due refoli nordici, al naufragio psichedelico risucchiato da un gorgo hawkwindiano della sezione centrale (parentesi: fate sentire i giri di basso di Dominic Aitchison a cavallo fra i 13 e i 16 minuti a uno come Lemmy!), sino all’esplosione conclusiva che, in un delirio orgiastico di effetti ed elettronica, si trascina via un’intera parata di archi, tutto sembra così decostruito per realizzare l’idea di un connubio ideale tra musica e letteratura – basti pensare al titolo della prima traccia, con un pronome personale elisabettiano! –, un suggello delle arti visive. Un capolavoro di opulenza espressiva.

Lo spirito della continuità vive con costanza, d’altra parte, per tutto il resto del disco. Sembra quasi di assistere ad una parata militare, un risuonare di ottoni vividamente trasportato in pensiero dall’enthusiasmòs di un cantore: “Wendigo” è la tromba del cornicen che chiama alla raccolta, con deliziose sfumature post rock a dissolversi su un andamento introspettivo quasi drone (Eluvium non è un fantasma così distante); “Along Where The Wind Blows”, in opposizione, è uno schioccante ¾ da balera, con voce rauca e fisarmonica ubriacante a contornare i saltelli ritmici. Tutto sa di passato, ma non è un passato vetusto, in quanto rivive con splendore e dignità attraverso il verbo e l’azione dei contemporanei (“Onward Ever Downwards”, bellissima carezza di folk elettrico scompaginato in chiave grunge, quasi come se Eddie Vedder avesse marciato a ritmo della banda d’apertura). Allo stesso modo “Bat Stack”, druidico melange dall’ascendente tenebra, viene risolto con passione in un sensuale testa a testa tra fiati e pianoforte, proiettando ombre squadrate al suolo.

Lo scontro di cui si narrerà per secoli è, ancora adesso, in azione. Gli echi dei clangori si sentono nella sbilenca acustica di “Trust No One”, nell’animoso climax ascendente di “A Lack Of Common Sense” (quasi commovente il modo in cui la strumentazione irrompe sulle docili trame vocali, col passare dei minuti) e nell’agonia pianistica, acuita da fitte coltri tastieristiche, della conclusiva “I Am Free, Today I Perished”, un dimesso commiato per il seguito che verrà. Soprattutto, la battaglia infuria in queste canzoni, fra brandelli di generi ed epoche, personaggi e perdenti, vincitori e vinti (ma chi è davvero il vincitore, e chi il vinto?). Più endtime ballads di così, si muore.

Se per voi il trovarvi di fronte all’aridità dei nostri tempi è un colpo troppo grosso da sopportare, passate avanti con virgiliana indifferenza. Ma, credetemi: se riuscirete ad andare oltre il semplice ascolto, calandovi in prima persona dentro questa microrealtà e vivendo sulla vostra pelle tutte le sensazioni che un ascolto del genere può donarvi, spiccherete il volo come l’uccellino nero qui considerato.

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Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 14 voti.

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fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 9:37 del 15 maggio 2009 ha scritto:

Un bel bestione di disco. L'uno-due "Burnt Reynolds" / "Rise up and fight" mette k.o. Consigliatissimo. P.S.: complimenti a Marco, recensione tutt'altro che facile.

Mr. Wave (ha votato 7 questo disco) alle 12:52 del 15 maggio 2009 ha scritto:

molto interessante... lo ascolterò

target (ha votato 8 questo disco) alle 14:53 del 15 maggio 2009 ha scritto:

Fenici zoppe for president

Disco sontuoso, soprattutto se preso assieme al compagno di cofanetto "The resurrectionists" (ah, benissimo hai fatto a non prendere in considerazione come fanno tutte le webzine la versione scorciata di "200 tons of bad luck", che è un'epitome troppo parziale - e non seleziona neppure le cose migliori). Già "A love of shared disasters" era stato uno dei dischi del 2007, capace di piegare in chiave folk ossianica il post rock più tradizionale. Coste scozzesi, brume, ritagli medievali, interni crepuscolari, lande: c'è dell'epica e c'è dell'elegia nelle endtime ballads. Qui, mi sembra, e soprattutto in "Night raider", le fenici vanno oltre, aggiungendo ancora nuove suggestioni e raggiungendo vette altissime, soprattutto in certi passaggi. Disco da riascoltare millanta volte, perché ci scopri sempre un meandro che non avevi esplorato bene, una nota di violoncello che ti era sfuggita, un riff che avevi trascurato; come i classici, ha sempre nuove prospettive da offrire a chi ha la pazienza di cercarle. E qua mi piacciono assai le derive balcaniche di "Bat stack" e "Along where the wind blows" (Tom Waits docet), il 'folk elettrico' di "Onward ever downwards", oltreché la suite iniziale. E pensare che gli preferisco "The resurrectionists"... Marco sontuoso pure tu.

target (ha votato 8 questo disco) alle 15:02 del 15 maggio 2009 ha scritto:

Ah, aggiungo che ho apprezzato moltissimo la citazione ossianica d'apertura! E peraltro in italia fu il padovano Cesarotti a divulgarlo, MacPherson. Bel libro, e importante molto più di quanto si creda... Leggerlo sotto queste note è come il cacio sui maccheroni.

Marco_Biasio, autore, alle 21:22 del 15 maggio 2009 ha scritto:

Grazie a tutti voi dei generosi commenti! Caro Francesco, tu forse non lo sai ma i "Canti di Ossian" mi hanno da sempre affascinato, non tanto per la questione del falso storico di MacPherson, quanto nell'utopistica immaginazione che quel poeta irlandese fosse davvero esistito. Un Omero delle brughiere: sarebbe una cosa davvero troppo bella, specie se persa nella leggenda e confusa nella nebbia, come questa. La traduzione di Melchiorre Cesarotti, d'altro canto, meriterebbe a sua volta un'ulteriore interpretazione: l'italiano romantico nel ciùchausandannine non se pò proprio vedè. Ancora grazie dei complimenti: un solo appunto a Fabio, che mi ha citato due (bellissimi) pezzi di "The Resurrectionists", il secondo dei due dischi (questo è "Night Raider") che ho finito di recensire giusto l'altro ieri.

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 11:26 del 20 maggio 2009 ha scritto:

RE:

Doppia conferma: 1) Sono un ritardato 29 Di questa doppia uscita continuo anon capire un cazz: "Ten Tons of Bad Luck", The Ressurectionists", "Night Rider" ... Boh? Comunque mi sa che il mio preferito è quell'altro, allora ....

swansong alle 12:38 del 20 maggio 2009 ha scritto:

In effetti chiedo lumi anch'io!!!

Allora, il primo "A Love of..." mi è piaciuto un sacco! E Vabbè.

Poi sapevo dell'uscita, quest'anno, del secondo intitolato "200 Tons of Bad Luck" che non conosco, ma del quale ho letto spendide cose. Di questo cofanetto, invece, non sò nulla, il loro sito è in default (mi pare almeno, io accedo ma non riesco a leggere nulla...) e leggendo qua e là sul web pare che trattasi di lavoro comprendente tutto "200 Tons..." e poi altri brani inediti..dico bene? Marco aiutaci tu!

lev alle 12:49 del 20 maggio 2009 ha scritto:

adesso sono curioso anch'io. ho dato un ascolto a questo e l'ho trovato molto interessante. mi piacerebbe sapere cos'altro merita di essere ascoltato di questa band.

target (ha votato 8 questo disco) alle 14:00 del 20 maggio 2009 ha scritto:

Rispondo io, che ho studiato l'argomento. Dunque, loro avevano fin da subito il progetto di fare una trilogia. Il primo disco è "A love of shared disasters" del 2007, e va bene. Il secondo e il terzo sono "Night Raider" (8 canzoni) e "The resurrectionists" (11 canzoni). Il problema è che l'etichetta, ossia la Invada di Geoff Barrow, riteneva che fare uscire due cd assieme fosse da folli. Tanto più che la band si rifiutava di intendere i due cd come un doppio. Così sono arrivati a un confuso compromesso: da una parte è uscita una raccolta delle migliori tracce dei due cd ("200 tons of bad luck", 12 canzoni; 11 dai due dischi suddetti più un inedito -'A real bronx cheer'- che in realtà è una parte di 'Onward ever downwards' da "Night raider"), dall'altra il cofanetto super-deluxe con i due dischi interi. Nei negozi si trova solo "200 tons of bad luck", ma posso assicurare che non vale la pena ascoltare un assurdo best of scorciato verso cui gli stessi Crippled Black Phoenix sono molto scettici (tanto da averlo intitolato in quel modo di certo evocativo...). In più, vengono lasciati fuori alcuni dei pezzi migliori. Quindi ascoltatevi "Night raider" e "The resurrectionists"; questo è il mio (e il loro, soprattutto) consiglio. Storia della musica può dire orgogliosamente, grazie al mitico Marco (e al sottoscritto che gli ha rotto le palle assai), di essere l'unica webzine che rispetta la volontà della band recensendo i due dischi separatamente.

Marco_Biasio, autore, alle 20:12 del 21 maggio 2009 ha scritto:

Ha risposto bene Francesco a tutto. Personalmente, anch'io consiglio l'ascolto - e, in caso, l'acquisto - dei due dischi presi separatamente e non dell'incomprensibile sunto "200 Tons OF Bad Luck". Per s.m.a.c., per quanto mi riguarda i tre dischi per ora composti dai Crippled Black Phoenix meritano l'ascolto alla pari, senza distinzione di cosa è meglio e cosa è meno bello. A parere del sottoscritto, "Night Raider" è comunque il migliore.

lev alle 12:24 del 22 maggio 2009 ha scritto:

RE:

ok, grazie marco.

REBBY alle 0:29 del 24 maggio 2009 ha scritto:

Al primo ascolto, i primi 4 minuti della lunga

suite che apre il disco mi stavan facendo scendere

le palle sempre più vicino ai malleoli, ma poi ...

sembra proprio un discone (anche se per la mia

tracklist è un disctwo). Bravo Marco questa è una

recensione da vero numero 10.

otherdaysothereyes (ha votato 8 questo disco) alle 9:03 del 27 maggio 2009 ha scritto:

Anch'io ho subito u po' la pesantezza della lunga ouverture iniziale (notevole comunque)ma ciò che mi ha stupito di (gran lunga di) più è la policromia della parte centrale:along where the wind blows, onward ever downwards e a lack of common sense,quest'ultima forse ispirata agli esperimenti del sociologo garfinkel sulla perdita del senso comune?chissà...molto bello anche il commiato finale I am free, today I perished.

BeAfraid (ha votato 10 questo disco) alle 12:57 del 15 novembre 2009 ha scritto:

troppo grande.. troppo pieno..

oggi la prova del 9, suoneranno a bologna