Dirty Three
Ocean Songs
L'oceano come luogo di partenza, come punto di non ritorno. Lo "sporco trio" australiano sembra aver trovato una nuova casa, tra brezza marina (Warren Ellis, il violino), movimenti sinuosi delle onde (Mick Turner, la chitarra) e risacca oceanica (Jim White, la batteria). Anzi no, non una casa: un mondo, uno stato di natura talmente struggente e amabile da far convertire al loro credo post-rock Locke e Rousseau. Seduta stante. La voce del violino; la cadenza stanca e trascinata della batteria; la malinconia della chitarra. Non hanno bisogno di altro per esprimere e imprimere il loro sound onomatopeico che ruota incessantemente intorno al tema dell'acqua, più nel contesto, "dell'oceano".
E' un nuovo modo di fare musica, più vicina al "sentire" che al "riprodurre". Ascoltando le "Ocean Songs" non si può fare a meno di immaginarsi seduti su di un vascello (o su di una barca, se preferite), al tramonto del sole, con lo sguardo rivolto a ponente. E' proprio questa carica emotiva la costante dell'intero album, un filo sottilissimo che ci conduce negli abissi più remoti del mare senza possibilità di riprender fiato. La prima traccia, "Sirena", disvela subito la propria capacità di portare l'ignaro ascoltatore direttamente al cuore delle maree: ai pochi accordi di chitarra risponde subito con (in)naturale trasporto il violino; fa seguito la batteria, con il suo incedere struggente e alienante. Da qui in poi, solo il mare: "The Restless Waves" è il tuffo dal veliero: il contatto con l'acqua ci fa rabbrividire, la pelle una costellazione di pori d'oca. E' la batteria a farci paura, i suoi piatti che come onde si infrangono sulla roccia. Per fortuna, il violino riscalda il nostro animo dalla premessa di un naufragio. E rimaniamo ancorati alla vita, qualche metro più in giù.
Continuiamo la nostra discesa verso "L'Atlantide che non c'è": è la volta di "Distant Shore" e "Authentic Celestial Music", entrambe guidate dal violino di Ellis in quella che a tratti sembra una ballata slow-core . E' lui la guida, lui la nostra unica fonte di luce mentre di addentriamo nelle profondità dell'oceano. Sempre più in fondo, scendiamo con le poche forze ormai rimasteci. Allora cambiamo strategia: un capriola e via, "Sea Above, Sky Below". Come sassi, ci lasciamo catturare dal blu infinito: iniziamo a morire al contrario... ma c'è rimasto del tempo. "Deep Waters" è la calma e la perdizione insieme. E' l'acqua a comandare e non possiamo fare niente: White è il nostro nuovo Poseidone, il suo free drumming la nostra rovina. Veniamo cosi sospinti violentemente dalla corrente, fatti risalire e riscendere di nuovo, sbattuti tra gli scogli come inutile carne di uomo, e infine lasciati affondare inesorabilmente. Proprio mentre stiamo per abbandonarci al nulla e morire, "Ends of the Earth" culla la nostra essenza (ormai di corpo è rimasto ben poco) nel suo caldo grembo materno, i suoni dell'oceano ormai echi lontani di un universo che non ci appartiene più, che è finito pochi attimi dopo averlo amato.
E' questa la vera tortura: non poter più gridare "Acqua in vista!".
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