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R Recensione

7/10

Dresda

Diluvio

«In città c’era l’oscuramento, perché potevano arrivare i bombardieri; così Billy non poté vedere Dresda fare una delle cose più allegre che una città possa fare quando il sole tramonta, e cioè accendere le sue luci una per una. C’era un largo fiume in cui le luci avrebbero potuto specchiarsi, e questo avrebbe reso quegli scintillii notturni davvero molto belli. Era l’Elba» (Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5)

 

Non vede, Billy, le luci delle case di Dresda accendersi pian piano, come stelle nella notte, come vita nella morte. La città è buia, buio è l’Elba che scorre silenzioso. Allora chiude gli occhi, Billy. Dimentica, immagina, viaggia, esula dal tempo e dallo spazio. La sua colonna sonora è di coloro che hanno il nome della città in cui egli vegeta – Dresda – ed è musica che agevola il viaggio, l’immaginazione, la dimenticanza.

L’itinerario dura quaranta minuti: denso, compatto, omogeneo. E’ un’apnea avara di parole, ma prodiga di fascino; un diluvio fitto, prolungato, che gronda, inzuppa, non può lasciare asciutti e indifferenti. Sospesi tra i respiri più tipici del post-rock (Godspeed You! Black Emperor, Mogwai) e dello slow-core (Low), i Dresda da Genova si incanalano verso un proprio, specifico suono, levigando le idee non ancora mature del passato (quelle di Pequod, l’esordio del 2008), affilandone dunque il profilo, arricchendole di un colore più terso.

 E’ inevitabilmente una musica per immagini, per paesaggi in continuo movimento, mutevoli a seconda delle cavalcate imperiose di chitarre, della profondità di un pianoforte, delle sporadiche rasoiate di violino. Quello dei Dresda è un clima languido, tendenzialmente nostalgico secondo i più consueti dettami del genere. Un clima sottile, rarefatto, che è incline a improvvise dilatazioni, che si ramifica in notevoli aperture emotive, per poi rifluire nel calmo delta di prima.

Un vociare di bambini schiude l’album (Piccoli ricordi), rammentando l’innocenza perduta di quei giochi ingenui che si distendono su un lungo tappeto melodico. Il basso è un alternarsi di sistole e diastole (Le strade dell’alba), che gonfia le vene, le colma, presto abbracciato dalla sinfonia di chitarre e percussioni, in un’espansione e un’accelerazione che ricordano i momenti migliori dei Sigur Ros. Le note di chitarra esalano aria tetra, nebbiosa, sospesa (Che tu sia per me il coltello), il plettro impazzito non dirada la caligine, anzi la alimenta; filtra un po’ di luce nel mezzo, ma è un barlume effimero, si ricade nella bruma del mattino. Il titolo richiama l’omonimo libro di Grossman, in cui affiora la bellezza dell’immaginazione, nei rapporti umani, in uno scambio epistolare più ricco di qualsiasi esperienza reale, pieno come piene sono le note dei Dresda.

In Fili spezzati si sprigiona l’istinto più noir del quintetto genovese, con residui ancora tangibili nell’avvio del brano finale, Diluvio: è il pianoforte severo a scandire il passo, mentre il violino fende l’atmosfera, la taglia a fette, la dissemina tra le trame di chitarra. E’ lo scroscio conclusivo, dove le gocce sono ordigni, dove la Dresda di Vonnegut ha la superficie della luna, è senza tempo e senza spazio. Pian piano, però, stavolta si accendono le luci, le candele, i lampioni, come stelle nella notte, come vita nella morte. E si specchiano nel fiume, nell’Elba piatto e silenzioso; nel buio scintillano, tremolano, vivono, mentre le note si congedano.

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Marco_Biasio alle 14:49 del 15 gennaio 2013 ha scritto:

Loro sono bravi guaglioni, e in più si sono ispirati per il nome ad uno dei più bei romanzi antimilitaristi di sempre. Sono curioso di ascoltarlo, quando ho tempo per farlo mi avvio... Pequod aveva un suono abbastanza classico, molto giardinidimirò-iano, ma infilava qui e lì due-tre momenti mezzi western di notevole spessore. Bravi pure dal vivo. E bravo Jacopo!