R Recensione

6/10

Esdem

You Can t Talk About Indie-rock

Incessanti dibattiti sulla musica da asporto. Ossia se le varie nuove tecnologie rendano possibile ascoltare qualsiasi cosa in qualsiasi luogo. Qualsiasi cosa? Qui sembra quasi esserci un eccezione.

You can’t talk about indie-rock non si presta certo a facili ascolti, di quelli che fai alla fermata dell’autobus, tra una lezione di astrofisica e una di filosofia medievale, tra un turno alla pressa e la potatura dei pomodori.

In generale il disco non è neanche per tutti. Se già per i Sigur Ròs si può parlare di musica di genere (nel senso stretto del termine) qui ci si apre a una platea non esattamente eterogenea.

Lungi dal recensore definire questo aspetto un difetto. Il bello della musica è quando nasce da un sentimento che necessita espressione, poco conta (tranne che per i pasti e l’affitto) quanti sapranno apprezzare.

Almeno nella prima parte (escludendo il crescendo di Alì, tra i migliori pezzi del disco) ci si ritrova immersi in un caldo liquido accogliente, dal sapore melanconico e quasi nostalgico. Un cadenzare che si tiene su basso profilo e mantiene la calma nell’ascoltatore, per poi strigliarlo con i suoni elettronici di Amnesia.

Ritrovarsi in un deserto di ghiaccio può dare una sensazione di dolce accoglienza, che che si dica in giro. Con gli Esdem ci si ritrova su una superficie extracorporea ed extramondana. Ci si estranea da tutto quello che circonda, in una dimensione immaginaria che, dovendo comunque potersi rappresentare, assomiglia molto alle atmosfere nordiche (almeno fino a che non si scoglieranno, beninteso).

Un’atmosfera intima che rende pesante la propria leggerezza, colorando di scuro l’atmosfera ed evitando di alzare l’impatto del suono, se non in qualche breve passaggio.

La non semplicità del disco impone un ascolto d’insieme e si preclude, come già detto, una fetta di pubblico. D’altro canto riesce (e riuscirà sicuramente) a strappare grande entusiasmo a chi vi approderà digerendone i contenuti.

Ha la capacità di incantare e circondare l’ascoltatore.

Se si parla di richiami musicali, oltre ai già citati Sigur Ròs, vanno aggiunti i Mogwai, i Blonde Readhead, qualcosa di Radiohead e accenni al settore dell’elettronica degli anni ’80 (una sorta di omaggio alle origini).

 

A leggere il diario sul loro sito la simpatia ha toccato alti picchi, forse per solidarietà tra chi tira avanti con lavori precari e difficoltà di mezzi. Il progetto nasce nel 2001, con convinto e testardo lavoro di gavetta, che comprende l’accesso alla selezione finale del M.E.I. nel 2003. Che il trio di Macerata, Simone Paolo Ricci (voce, piano), Tomaso Muzzetto (chitarra) e Simone Viburni (basso), sia risuscito a far uscire questa prima opera è notizia da archiviare fra le buone nuove. E lo dice una persona che diffida dai drum digitali.

L’unico problema che sembra emergere da queste dieci tracce è l’eccessiva non aggressività. Non che assieme al disco dovesse esserci, in omaggio, un sicario malavitoso pronto a un sano incontro fra coltelli affilati. Solo che sembra costantemente di essere sull’uscio di una porta che si teme di attraversare. È una sensazione che potrebbe suonare del tutto sbagliata e l’attesa per il prossimo lavoro è molto forte anche nella speranza di venire smentito.

I riferimenti ai gruppi succitati non sono certo un mistero e si può parlare di un disco che non teme di suonare derivato, perché sempre molto personale e espressione di un desiderio che non fa fatica a farsi percepire.

Il viaggio non è per tutti ma sa regalare itinerari trascinanti ed emozionali sempre più rari.

E c’è chi dice che in Italia non  esiste più buona musica.

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