R Recensione

7/10

God Is An Astronaut

God Is An Astronaut

È come aprire il frigo e trovarsi di fronte a due uova vecchie di qualche giorno, un po’ di pancetta rinsecchita e una cipolla, e nient’altro, e riuscire a tirar fuori, dosando i pochi ingredienti, una carbonara memorabile”.

Così mi ero espresso in un articolo dal titolo“Piccole Apocalissi Provvisorie” pubblicato sulla rivista Wonderous Stories in un numero del 2007, per ironizzare sull’approccio creativo della band irlandese, all’epoca molto fedele al Dizionario Enciclopedico per giovani post-rocker. Così con qualche indugio mi sono accostato al loro nuovo, omonimo, album. E sin dal primo ascolto, il bisogno di fare ammenda è diventato un diktat. I God Is An Astronaut hanno decisamente cambiato marcia, smettendo di fare post-rock (o peggio, sempre citando il mio articolo, post-post-rock) e diventando una band che fa rock tout court.

Un rock sempre strumentale, certamente con suggestioni filmiche, ma sudato fino al midollo, non distaccato, non autocompiacente/autocompiaciuto, non altezzoso: i ragazzi di Glen Of The Downs si sono messi a suonare sul serio, copiosamente, senza tralasciare una compiuta e completa fase di composizione tale dare pieno respiro alle melodie, senza immaginarle riuscite solo in virtù di un po’ di elettronica nei punti giusti. Stavolta non c’é falsità, non c’é ammiccamento: qui l’ispirazione è stata assecondata, senza lo stratagemma dei filtri, della ricerca delle timbriche perfette. Per qualche strana ragione il quadro d’insieme, ormai immune dall’effetto Mogwai, appare sotto certi aspetti non dissimile dall’approccio dei 65daysofstatic, anche se nel loro caso il make-up elettronico non è certo parco. I brani impetuosi e ricchi di suggestioni psichedeliche hanno trovano tutti una perfetta collocazione in un mosaico studiato per non avere tasselli fuori posto.

Le esplosioni di energia di Shadows, diventano muraglie di onde emozionali nella luminosissima Echoes, rilasciando bagliori elettrici attraverso la superba Post Mortem: tutta questa energia sembra distendersi in Snowfall, tanto da diventare pace interiore in First day of sun, salvo poi riprendere intensità in No return, diventando nuovamente carica elettrica scintillante in Zodiac. E poi via fino alle strutture fotovoltaiche di Shores of Orion e alla gabbia di Faraday costituita dalla conclusiva Loss. Spero che questo cambiamento sia condiviso anche da chi, diversamente da me, osannava già da tempo i God Is An Astronaut. In un percorso artistico, “vive” solo chi si mantiene aperto ai mutamenti: gli altri, al massimo, sopravvivono o, tutt’al più, vivacchiano.

Per chi fa critica musicale, vale più o meno lo stesso discorso.

Contatti:

http://www.superadmusic.com/god/ 

http://www.myspace.com/godisanastronaut

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 2 voti.
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motek 7,5/10

C Commenti

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FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 10:21 del 28 febbraio 2010 ha scritto:

Davvero bella la recensione. Ma il disco non mi ha mai convinto: come buona parte di questo filone, del resto.

Utente non più registrato alle 15:55 del 2 marzo 2012 ha scritto:

Assieme ai GSYBE i migliori di questo genere alquanto limitato.