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7/10

La Nevicata dell'85

Secolo

La Nevicata dell'85 rappresenta un fortunato connubio tra lo spoken word di marca Massimo Volume e i suoni tesi del post-hardcore passato attraverso la rilettura della “scena di Cuneo”, che qualche anno fa ne aveva riportato -seppur solo localmente- in vita i fasti. Se i Ruggine, rimanendo in terra cuneese, erano dei Massimo Volume in versione “hard”, il sound di Secolo (registrato tra Brescia e Bergamo) decodifica quel fortunato innesto stilistico limando le asperità e i picchi “heavy”, per un suono decisamente più morbido e post-rock, anche se non privo di muscolarità.

Nato nel 2009 come duo (dal chitarrista e vocalist Ivan Cortesi e dal batterista Andrea Ardigò), il progetto si espande con l'ingresso del bassista e secondo chitarrista Davide Catoggio. Il trio è fatto: esce un primo LP omonimo nel 2011, cui segue un'intensa attività live. Ma è presto tempo di rinchiudersi in studio per preparare il sophomore Secolo, registrato tra febbraio e marzo (2013) ed edito ad ottobre, megafono della maturazione della band arrivata al suo canto del cigno.

I pezzi si snodano sinuosi e lenti, innescando un processo di progressivo irrobustimento delle trame. La pazienza prestata nella cura dei paesaggi sonori è ciò che fa la differenza: si prenda la prima Attuale, costruita su leggiadri intrecci chitarristici, su soffusi strascichi elettrici che si addensano a metà brano per giungere ad un riempimento progressivo, di pari passo con l'incendiarsi delle liriche. Nostalghia (ispirata all'omonimo capolavoro di Tarkovskij: “dirompe un'immagine / la figura di un uomo / che tenta di accendere ripetutamente una candela”) mette le carte in tavola fin da subito, dispiegando da qui alla fine -dopo un'intro impeccabile- il drumming incalzante di Ardigò. L'influenza di Cattive Abitudini sarà una costante per tutto l'album, sia per le tematiche trattate (affini al “senso del tempo” di Clementi descritto bene dal nostro Santoro), sia per la maniera di trattare la composizione, i saliscendi, gli interplay, le aperture melodiche. Tutto è teso a creare un dispiegamento narrativo, tutto è in processo, niente è fermo. Così nella strumentale Frammenti (dove fanno addirittura capolino echi Deftones -penso al riff di Minerva), o in brani superbi come Secolo, incentrato su un arpeggio dolente reiterato, sospinto dai patterns di sensibilità jazzy della batteria, impreziosito da un songwriting alto (“È l'estremo sfogo / fatto anch'esso di urti e di silenzi / che fa sì che quest'istante / ci perduri addosso / immobile come un Secolo”), e ancora nei toni più ruvidi e diretti di Diorama (e qui sono i Ruggine a far capolino, insistenti). Sabato e Terra che Trovo chiudono l'album rimestando tra atmosfere cupissime e picchi lirici frutto di un immaginario e di una poetica compiuti, maturi.

Da ascoltare, questo Secolo. L'augurio è che si approfondiscano i discorsi qui intrapresi, già testimoni di un progetto maturo e convincente, dotato di una compostezza compositiva e di scrittura invidiabile.

p.s. La Nevicata dell'85 è un monicker particolarmente significativo: una memoria postuma, una tensione malinconica ad un passato non vissuto, eretto a ideale posticcio. Una generazione intera, oggi, sembra vivere di siffatte nostalgie, nutrendosi di grandeur passata. “Come ha nevicato nell'85 non ha nevicato mai” (“E i Cccp non ci sono più...”). Certo, se avessi avuto vent'anni allora mi sarei goduto dal vivo gli Hüsker Dü. Magari però, tra un pupazzo di neve ed un altro, avrei snobbato i Tears for Fears perché troppo commerciali (bravo picio). Sbagli che oggi evito di commettere, pescando a piene mani dall'inesauribile archivio del passato, i conflitti inter-culturali appianati dal tempo livellatore. Anche questo è il bello del presente, del mio tempo.

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