V Video

R Recensione

5/10

Long Distance Calling

The Flood Inside

Mancava poco, davvero poco, per spiccare in definitiva il volo. Le capacità strumentali, già in dono dai primissimi passi, si andavano affinando disco per disco, e con esse la compattezza del songwriting e la volontà di saper mischiare le carte al punto giusto, al momento giusto. Tra i sempre più sparuti nomi di punta a salvarsi dal naufragio collettivo e, anzi, a proporre ancora – con gusto e convinzione – la propria, raffinata idea di post rock (oggidì non significa alcunché, ne conveniamo), i tedeschi Long Distance Calling erano la lepre a cinquanta metri dal traguardo, con qualche giorno e settimana di vantaggio sulle decrepite tartarughe a (non) inseguire. Senonché quel vizietto, cresciuto sino a farsi abitudinario, di investire, ogni qualvolta lo si sentisse necessario, una voce esterna ad interpretare – con sovrabbondanza e patetismo non necessari, finanche fastidiosi – un brano della tracklist, sembrava sempre ritardarli di qualche attimo, di qualche secondo: Peter Dolving, Jonas Renkse, John Bush… Poi, il corollario della vita, l’esistenza dolceamara che toglie e concede a seconda degli umori, la separazione amichevole dal membro fondatore Reimut Von Bonn e la ricerca spasmodica di un sostituto che, dopo qualche tempo, si sublima in Martin Fischer. Professione: cantante.

Alla svolta della loro carriera, umana e professionale, i Long Distance Calling vengono risucchiati da un micidiale testacoda, figlio esclusivo di una madre prevedibile, la stanchezza, e di un padre irresponsabile, la testardaggine. Quel che ne vien fuori è l’improbabile pasticcio di “The Flood Inside”, dove il diluvio ha infuriato a lungo e s’è portato via tutti i migliori aspetti a più riprese apprezzati – ed esaltati – in “Avoid The Light” e nel successivo self titled. Non eravamo stati ipocriti allora e non lo saremo adesso: a saltare sul carrozzone del vincitore non ci stiamo, in primis per la mancanza oggettiva dello stesso carrozzone. I cinque di Münster tengono – per un’ora insolitamente estenuante – un piede in due scarpe: da una parte l’apertura indiscriminata ad interi segmenti cantati, dall’altra la precauzione reazionaria di chi sa di attraversare un momento precario e, in virtù di questo, sceglie di limitare al minimo (male) i danni. Percentuali ridimensionate, dunque, per un gruppo che già si dava come immarcescibile cavallo di razza.

Il livello dei brani cantati è davvero molto basso, smarrito irresolubilmente tra vetuste epicità goth, romanticismo di terza mano, rimasugli di gentil metal teutonico (quello, per capirci, che trasporta l’heavy al grado superiore d’armonizzazione e già sembra prefigurare le sciagure del power). “Welcome Change”, in particolare, ruota attorno al binomio vocale tra Vincent Cavanagh degli Anathema e Petter Carlsen (anche qui: perché arruolare un cantante, per poi chiamarne altri due?) e sembra, né più né meno, una brutta copia dei Blind Guardian da arena. A fare il paragone, poi, con le già non eccelse strumentali, l’imbarazzo cresce. Pessimi, inesplicabili i toni AOR di “Tell The End” (con quella sfumatura da grandeur apocalittica che rende davvero complicato giungere alla fine) e il rifferama di “The Man Within” smussa ogni asperità per avanzare, vagamente Porcupine Tree, verso banalotti chorus hard rock. Brutture in grado di riabilitare persino la deficitaria “Waves”, cui non basta un riuscito segmento in pedal steel per risollevare la prevedibilità delle proprie evoluzioni, e che mantiene tuttavia l’onestà sottotono del basso profilo.

Se la Caporetto non si completa, dunque, lo si deve soprattutto a qualche trucco di maniera (le sincopi di “Nucleus” e le improvvise fiondate zeppeliniane, con accordi sospesi e basso liquido a sciaguattare sul fondo, sono ormai un marchio di fabbrica conclamato) e a sporadici lampi di genio (il rivoltolamento improvviso di “Ductus”, ansimante post rock ritmato quasi new wave che si spezza sotto i guerreschi passi di danza di affilate chitarre balcaniche, un po’“444” dei Crippled Black Phoenix ed un po’“Mladić” dei GY!BE). Troppo poco per non temere che il “Black Hole” del discreto pezzo conclusivo si sia ingoiato un’altra speranza.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

swansong alle 19:14 del 29 maggio 2013 ha scritto:

Caro Marco..nella rece dell'ultima fatica dei LDC (gruppo che cmq apprezzo molto), che non ho ancora ascoltato, mi citi in un colpo solo Porcupine, Zeppelin, Anathema, CBP...cazzo ha tutti i presupposti per diventare mio disco dell'anno!!

Marco_Biasio, autore, alle 20:05 del 29 maggio 2013 ha scritto:

Eheh... Non credo E' un disco molto, molto moscio. Non penso ti piacerà.

Gio Crown alle 12:03 del 31 maggio 2013 ha scritto:

Aggiungerei i Deep Purple tra gli ispiratori (Welcome change)

A me non dispiace, ma è vero, è un lavoro un po' prevedibile in tutti i suoi sviluppi. E' come se da ogni pezzo sapessi già cosa aspettarti fin dall'incipit.