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R Recensione

6/10

Mogwai

Hardcore Will Never Die, But You Will

Capolavori come “Young Team” non si scordano facilmente. Innazitutto, il secondo album dei Mogwai ha segnato un distacco netto e importante nel genere, una maestosa e inaspettata separazione delle acque: non più le fumosità jazz dei Bark Psychosis, l'indolenza slow-core dei capostipiti Slint, la fredda (e straordinaria) meticolosità aritmetica dei Tortoise; un team giovane per un post rock giovane, diremmo quasi “vergine”, che si fa esperto garante delle lezioni del passato e ne divulga il credo modificando il verbo. La ricerca di un pathos empatico e non cerebrale, la cura degli arrangiamenti, la scelta della tensione emotiva, dei primi (ma non in assoluto) climax strumentali, dell'assenza quasi completa della voce, sono solo alcune delle nuove coordinate sulle quali il gruppo scozzese ha deciso tanti anni fa, forse inconsciamente, di fare rotta.

Sarebbero potuti essere solo una meteora impazzita, un asteroide incandescente, tanto luminoso e bello quanto fuggevole ed effimero. Ma così non è stato: “Come On Die Young” e “Mr. Beast” stanno lì a dimostrare un'invidiabile longevità artistica, oltre che una notevole frequenza nelle uscite. Qualche buco nero sparso qua e là, vero, basti pensare a “Rock Action”, scialbo e privo d'anima, o al recente “The Hawk Is Howling”, che per la verità aveva diviso non poco pubblico e critica.

Ma ora... 2011! Quattordici anni ormai alle spalle: sarà davvero vita nuova con anno nuovo? Come sempre, la risposta si perde nel labirinto delle sottili sfumature e mutevoli percezioni di ciascuno. Nessun “sì” o “no” vigoroso, quindi, solo la possibilità di una spiegazione migliore. “Hardcore Will Never Die, But You Will” è un album sicuramente ben studiato e compatto, senza incertezze o stravolgimenti forzati. C'è la (stra)classica quiete-tempesta strumentale, eretta nel gioco di contrasti tra una chitarra appena pizzicata e un'altra appena distorta, oltre che da una tastiera in dolce crescendo con la batteria (“White Noise”), i primi germogli di un cambiamento verso lidi electro-synth, con un vocoder in pompa magna, che tanto ricorda l'ultima svolta dei 65daysofstatic (“Mexican Grand Prix”), così come un interessante connubio di sedimenti simil noise e alterazioni digitali (“Rano Pano”). In comodissima e scontantissima alternanza, possiamo trovare anche placide distensioni dreamy (“Letters to the Metro") e improvvise accelerazioni math rock su pesanti riff di basso e chitarra (“San Pedro”); non male l'altro esperimento electro, tutto vocoder e saliscendi di chitarre e batteria (“George Square Thatcher Death Party”). Male, anzi malissimo, un paio di miscugli inconcludenti che non fanno altro che riscaldare per l'ennesima volta la cara-vecchia-odiata minestrina di un certo post rock ormai annacquato (“Death Rays” e “How To Be A Werewolf”). Qualche nota di merito alla traccia finale, in cui s'intrecciano buoni feedback stiracchiati delle chitarre, digressioni in controtempo della batteria e registrazioni in italiano di un mini racconto, quasi una versione latina di Fedro, intrusiva ed evitabile (“You're Lionel Richie”).

I conti di fine album misurano 53 minuti di musica... ma ahimè anche dell'altro: un lavoro senza infamia e senza lode e per questo, proprio perché va considerato il calibro del gruppo, doppiamente senza lode. “Hardcore Will Never Die, But Post Rock Will” verrebbe quindi da dire, e chissà che presto o tardi questa non diventi un'amara espressione d'augurio.

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Voto degli utenti: 6,6/10 in media su 14 voti.
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ciccio 9/10

C Commenti

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Cas (ha votato 6 questo disco) alle 0:29 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

pienamente d'accordo col recensore: niente di che, anche se si tratta di un "niente di che" di classe

skyreader (ha votato 6 questo disco) alle 12:55 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

Esorcizzando i loro stessi fantasmi...

E' evidente i Mogwai ci provano ancora una volta a fuggire da loro stessi, da ciò a cui hanno dato inizio tanto tempo fa . Ci provano e talvolta ci riescono cambiando "la forma dell'acqua", convogliandola in condotti e in contenitori anche molto differenti da quelli che l'hanno ospitata nel lontano 1998. eppure, come giustamente diceva Camilleri, l'acqua non ha forma, ma assuma la forma di chi gliela fa prendere. Non muta la sua formula chimica. I fantasmi dei Mogwai sono quegli stessi fantasmi che hanno infestato generazioni di novelli post-rockers e che evidentemente continuano a perseguitarli. A ben vedere (o meglio a ben ascoltare) i Mogwai del secondo album erano già fortemente diversi da quelli dell'esordio, più meditabondi e oscuri, meno bisognosi di contrasti. Quelli del terzo disco (Rock Action), furono pesantemente elettronici e per nulla evanescenti. Al quarto passaggio (il mio amatissimo Happy Songs For Happy People), scelsero l'evanescenza e la incresparono finemente di rigurgiti sonici. Il quinto album (Mr Beast) fece il punto della situazione cercando di dare maggiore compiutezza a quanto espresso fino ad allora (tirando fuori dal cilindro almeno quel compiutissimo brano capolavoro rispondente al titolo Friend Of The Night), Alla sesta stazione i Mogwai decidono di non decidere e di vedere dove li porta la loro ispirazione: senza freni nasce un lungo lavoro pieno di tante, troppe idee, forse nessuna proprio da buttar via (ma sì, persino la vituperata botta metallara di Batcat), alcune composizioni cardinali (Scotland's shame su tutte), ma in un conteso interlocutorio per capire verso dove la band volesse muoversi. Oggi, in questo nuovo lavoro, alcuni loro "simboli sonori" recenti restano intatti (White Noise, How To Be A Werewolf, You're Lionel Richie e una Death Rays pienamente riconducibile ai loro standard), ma ci sono tante novità: vedi il krautrock di Mexican Grand Prix con tanto di Motorik mutato, a cavallo fra Neu!, Kraftwerk e con cantato vocoderizzato alla Air, o l'elettro-postpunk-rock di George Square Thatcher Death Party. Però ormai anche gli stessi Mogwai si ritrovano a confrontarsi con alcuni dei loro cloni che molto sono cresciuti: vedi Maserati o God Is An Astronaut. E quindi le cose si complicano, perché anche altri gruppi che prima continuavamo a fargli una croce per la somiglianza con i Mogwai, in alcuni frangenti sono maturati almeno quanto hanno fatto i Mogwai stessi. E ora certe evoluzioni dei Mogwai arrivano dopo rispetto ad altri gruppi che tacciavamo come "minori".

A mio avviso questo "Hardcore Will Never Die, But You Will" è comunque un album più teso e riuscito rispetto al precedente. Mi sarebbe piaciuto rivederli sulle sonorità della colonna sonora del documentario di "Zidane", ma evidentemente quello rimarrà un esperimento fuori contesto. Mi piace la recensione di Filippo che per un soffio mi ha bruciato sui tempi per aggiudicarsi la recensione... ;o)

A proposito per chi fosse interessato a scoprire cosa dice il fraseggio in Italiano all'inizio di You're Lionel Richie può leggere qui: http://brightlight-youngteam.blogspot.com/2011/01/dialogue-in-youre-lionel-richie.html Stefano Fasti

Marco_Biasio (ha votato 6 questo disco) alle 22:37 del 29 gennaio 2011 ha scritto:

Concordo con Filippo e i due bravi guaglioni che mi hanno preceduto Niente di che, ma detto con classe. Quando decidono di fare i manieristi con arpeggi post rock che ormai non suonerebbe più nemmeno mio zio, tipo "Death Rays" oppure "Too Raging To Cheers", raggiungono più o meno lo stesso livello dei loro duemila epigoni, ovvero bassissimo. Li preferisco nettamente più spigolosi (non nel senso di pesanti, anche nella sola accezione di meno prevedibili...) e devo ammettere che "Rano Pano" e "George Square Thatcher Death Party" sono proprio due belle canzoni.

fabfabfab alle 11:09 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

Dovrei riascoltarlo per dare un giudizio, ma ho l'impressione che stiano andando verso la loro dimensione live, che è sempre stata decisamente più "fisica" rispeto agli album in studio ...

Emiliano (ha votato 7 questo disco) alle 15:34 del 31 gennaio 2011 ha scritto:

Mezzo voto in più perché lo sto ascoltando parecchio. Il disco è abbastanza diretto e tutto sommato valido, anche se manca qualcosina. Probabilmente hai ragione, Fab,e tutto quel che resta da fare è controllare quando passano.

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 15:02 del 11 febbraio 2011 ha scritto:

qualche passaggio a vuoto c'è, è vero, però a me sembra un disco notevole e compatto, con grandi brani (l'impatto di Rano Pano è devastante) e una tensione di fondo ottimamente costante.

skyreader (ha votato 6 questo disco) alle 13:40 del 15 febbraio 2011 ha scritto:

"Music For A Forgotten Future"

"Music for a forgotten future", lunghissimo brano composto per l'installazione "Monument for a forgotten future" di Olaf Nicolai e Douglas Gordon, è un autentico pezzo di maestria, e incluso nel bonus CD della limited edition di "Hardcore Will Never Die..." è in grado di rivelare dei Mogwai differenti: pura musica contemporanea del ventunesimo secolo. Ad ascoltare attentamente questa composizione si ha la certezza che i Mogwai hanno saputo imparare dalle loro esperienze. Dilatata e rarefatta, mutevole quanto basta. I Mogwai davvero dovrebbero fare più colonne sonore. Vedi quel capolavoro del soundtrack di "The Fountain" ("L'Albero della Vita" era il titolo del film in italiano), il lavoro in combutta con David Byrne per il film "Young Adam" o l'ispirata musica per il documentario su "Zidane". "Music for a forgotten future" meriterebbe una recensione a parte. E comunque contribuisce a mettere in chiaro cosa i Mogwai sono oggi. Senz'altro contribuisce di alzare il punteggio e la valutazione dell'album che la contiene.

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 18:16 del 2 novembre 2011 ha scritto:

non è il mio preferito, ma davvero ti fa quest'effetto "rock action", Fil?

quando i pezzi prendono una piega meno convenzionale rispetto alla matrice post-rock "trazionale"(ma il post rock non è solo questo; per intenderci), "hardcore..." propone le cose migliori - sui binari kraut di "mexican gran prix"; nella granitica "rano pano"; o come nella tirata dal retrogusto electro-wave di "san pedro". quando non lo fa, l'album "tiene" comunque (compattezza, è stato detto: il miglior pregio del disco) e propone due pezzi eccellenti come "death rays" e "how to be a werewolf". disco all'altezza del marchio mogwai. ps: lucido Fil: bravo! pss: grande Stefano a ricordare "music for a forgotten future (the singing mountain)": e sì, meriterebbe uno scritto tutto per sé!