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R Recensione

6,5/10

Mogwai

Rave Tapes

Ascoltavamo, in quella immobile caligine che solo l’afa inquinata di un implacabile luglio è in grado di garantire, una vibrantissima esecuzione live di “San Pedro”, quand’ecco che un mormorio alla mia destra, impercettibile per chiunque, bucò la scena: “Mica male, per essere un gruppo prog”. Al che rimasi perplesso. Ci pensò l’uragano di feedback di “Mogwai Fear Satan” a spazzare via ogni pensiero. Fino a un paio di mesi fa, almeno. A porgere l’orecchio a “Remurdered” è quello, e davvero nient’altro, a saltare in mente: un’elaborata fuga elettronica che sgomita tra i quadri emersoniani di un’esposizione Tortoise, gli ultimi. L’effetto è dirompente, a tratti straniante. Le chitarre si fanno da parte, di fatto, dopo appena tre minuti: il resto è accademia e disturbo di fondo. Alché inevitabilmente ci si chiede: sono finalmente riusciti, i Mogwai, a sopravvivere a loro stessi, nonostante loro stessi? Se due esempi danno una conferma, ecco arrivare a rimorchio il primo singolo ufficiale, “The Lord Is Out Of Control”, una cantilena inintelligibile che il vocoder dilata oltre il tempo e lo spazio (tanto che gli echi delle chitarre elettriche, e le vivide pulsazioni della drum machine, sembrano solo nuovi fantasmi delle vecchie brughiere scozzesi).

Difficile avallare – o, al contrario, controbattere – la chiosa del nostro sconosciuto amico (poco) appassionato di post rock. Richiederebbe un dibattito ben più ampio della semplice analisi dell’ottavo disco del quintetto di Glasgow, “Rave Tapes”: un lungo e meticoloso studio inter (e forse anche meta-) culturale. C’è chi discuterebbe persino del senso intrinseco di occuparsi di una corrente ormai abbastanza matura per eleggere il Senato italiano e data per spacciata, quando non per morta, tante volte quante gocce d’acqua nell’Oceano Pacifico. A non essere morto è, sicuramente, l’hardcore, ma anche noi ci sentiamo – almeno per ora – ancora bene. Talmente bene da riconoscere immediatamente, in “Heard About You Last Night”, il gancio con la tradizione sul punto di sfilarsi, il morbido accoccolarsi delle chitarre in un non crescendo strumentale, il piano che tratteggia poche note sparse, un indefinibile vagheggiare kraut messo nero su bianco (con troppa convinzione, persino) in una “Simon Ferocious” aspra e dalle inattese propaggini psichedeliche. Un altro filo, di rimembranza e malinconia pastorale, lega poi quei bordoni di synth ai trilli riverberati di “No Medicine For Regret”, così che il post rock sembra solo il cugino invecchiato del synth pop, anzi no, della nu gaze, ma che dite, di autorevole c’è sempre e solo lui.

Rave Tapes”, così come il predecessore “Hardcore Will Never Die, But You Will”, gioca la carta dell’escapismo metamorfico, della resistenza attiva contro il conservatorismo. Riesce nel suo intento, persino, certamente meglio del capitolo precedente, per l’ampliarsi dello spettro stilistico, che inciampa malamente solo su “Blues Hour” (catatonica ballata per cuori infranti ed unico episodio cantato) e sulla poderosa epica, fatalmente fuori luogo, di “Deesh”, cui non bastano i muscoli ritmici del sempre ottimo Dominic Aitchison. Non è una sorpresa sentire i Mogwai alle prese con le chincaglierie sintetiche: è un piacere vedere che l’ottica del loro utilizzo si stia però spostando su altri assi, più cerebrali, meno canonici. Vedremo come e dove ci saranno ulteriori evoluzioni in futuro. Nel frattempo annotiamo, a margine, come il miglior spaccato di “Rave Tapes”, quello centrale, sia nel contempo anche il più ortodosso: un’infilata di brani da capogiro, dove la concisione si sposa con la freschezza del songwriting. “Hexon Bogon” riduce al minimo la tradizionale tensione chitarristica, senza perdere un grammo di efficacia: “Repelish” sembra quasi un autoironico dissing sulla storia del rock, giocato tra pad elettronici e spirali di arpeggi; “Master Card”, infine, punta i piedi e sfoga tutta l’elettricità fino a quel momento rappresa negli amplificatori.

Da quest’angolazione, gentile sconosciuto, se essere prog significa giravoltolare su sé stessi rinunciando ad anelare una propria gravità, ci dispiace darti torto: i Mogwai non lo saranno mai.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 4 voti.
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motek 7,5/10

C Commenti

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The musical box alle 0:33 del 28 marzo 2014 ha scritto:

Trovo questo disco davvero gradevole....il percorso e' quello intrapreso da mr beast fino all ultimo harcore.. e pur restando intatte le prerogative del gruppo qui risulta evidente la ricerca di uno stile maturo da non interpretare come mestiere....ispirato e coeso in tutti i suoi episodi. Bella recensione anche se non sono totalmente d accordo su blues hour che reputo un pezzo stupendo lontano parente di quella cody che reputo un loro capolavoro assoluto..assolutamente non strappa lacrime ma semplicemente emozionante

The musical box alle 0:46 del 28 marzo 2014 ha scritto:

Scusate per il dopo reputo...ahah...remurdered e' pazzesca

realflamengo (ha votato 8,5 questo disco) alle 21:37 del 29 marzo 2014 ha scritto:

ce ne sono diversi di brani pazzeschi in questo disco...... soprattutto nella seconda parte. incredibile come questi cazzoni riescano ancora ad essere interessati dopo tanti anni ad altissimo livello. il primo brano è scadente e me lo aveva fatto inizialmente accantonare, salvo recuperarlo pienamente dopo l'ascolto completo.