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6/10

Paatos

Breathing

I Paatos molti anni fa vennero dalla Svezia, portandosi nel DNA il bagaglio (pesante) di una identità sonora che affonda le sue radici nel progressive brumoso della loro terra, quel progressive "di restaurazione" che nel primo lustro degli anni 90 aveva ampiamente ripreso respiro grazie a eccellenti e ispirate formazioni come Landberk, Anekdoten, Anglagard. Non a caso, nella prima line-up dei Paatos confluirono ben due elementi di quella straordinaria esperienza a nome Landberk (Reine Fiske e Stefan Dimle purtroppo non più presenti oggi), ossia la band che più di altre seppe utilizzare l'ideale compositivo di Van Der Graaf Generator e King Crimson provando a sospingerlo per altre rotte, innestando impennate alla U2 dei primi periodi e decelarazioni spirituali alla Talk Talk ultimo periodo, sapendo preconizzare i futuri percorsi di Radiohead e Sigur Ros.

Ecco, i Paatos ricominciarono da qui, battendo questi sentieri verso un altrove musicale, che talvolta ha avuto l'odore di spezie elettroniche (alla Bjork), mentre altre volte ha assunto le tortuosità di un post-rock ardito quanto melodico e innamorato della forma canzone. Il tutto molto poco scontato. Tuttavia, nonostante tutte le ottime intenzioni e nonostante l'enorme professionalità dei musicisti coinvolti (vedi la duttilità di Ricard Huxflux Nettermalm alla batteria, l’estro jazz del chitarrista Peter Nylander e la buona estensione vocale della musa Petronella Nettermalm), il gruppo pur continuando a realizzare album mai del tutto insoddisfacenti, di certo non è riuscito a toccare nuovamente le vette di quel benedetto "Timeloss" che battezzò il loro esordio nel 2002.

E così ogni successivo lavoro ha tolto, di volta in volta, un tocco di magia alla primigenia alchimia. Cosa che accade, in vari scenari, anche col nuovo "Breathing": di per sé non privo di suggestive atmosfere o di momenti di quella esoterica ispirazione che in passato li ha pienamente caratterizzati (ecco provate a toccare la densità di una Surrounded, per capire a cosa mi riferisco, o la commozione di una In That Room). Tuttavia permane il senso di energie disperse senza far ardere un focus unico e incandescente. Anche il songwriting, in alcuni episodi risulta debole, e se non svogliato, certamente indeciso. In questo "Breathing", a peggiorare il quadro d'insieme, interviene la volontà del gruppo di risultare più fruibile del passato, ma paradossalmente con melodie meno efficaci, sostenute inoltre da ritmiche che invece non concedono nulla e si mantengono ad evoluti (o involuti, a seconda dei punti di vista) livelli di intricatezza, con lo strano risultato che molti passaggi emanano una ibrida entità musicale, alla fine incerta, che non convincerà pienamente né i loro fan che hanno avuto dapprima il desiderio vivo e la pazienza poi di seguirli, ma che neppure, credo, gli consentirà di raggiungere nuove schiere di appassionati. Ecco, prendiamo una Fading Out di cui non si capiscono gli intenti del gruppo (riconvogliando prepotentemente un prog fatto di tastiere in bella evidenza). Anche l'iniziale Gone sembra realizzare, sulle prime, un gioco di spigolosissimi rimandi agli Anekdoten, salvo poi presentare il conto con agrodolce melodia, senza però alcun forte sentire sulla direzione da prediligere. Certamente la voce di Petronella sembra compiacersi delle atmosfere più suadenti e sensuali, anche quando tutto ciò che la circonda pare sembra andare altrove (anche Shells è un episodio sintomatico di questo variegato sentire).

"Breathing" è senza ombra di dubbio ben prodotto ed estremamente curato (al di là dell'orrenda copertina): ma vive di personalità multiple e fra l'altro anche talvolta incoerenti. Laddove da ciò in passato i Paatos traevano linfa vitale, oggi il giovamento non pare così palese. Eppure nella seconda metà del disco quattro brani si rincorrono con grande veemenza e coesione, restituendo quanto pareva perso: No More Rollercoaster (Bjork in chiave Gathering), Breathing (nella quale la sinergia è totale), la già citata Surrounded e Smartan. Quest'ultima è certamente tra i vertici compositivi non sono dell'intero “Breathing”, ma anche dell'intera esperienza dei Paatos. Non so se ciò provochi più piacere o più rabbia: constatare che il gruppo riesca ad esprimersi ancora con una densità emotiva così intensa non permette di dissolvere le incertezze e di allontanare le nubi del dubbio. Ma con questo bisogna convivere, avendo ancora nelle orecchie la possibilità di accedere ad un mondo sensibile, evanescente eppure tangibile, che sa regalare luci e ombre. E purtroppo bisogna congedarsi da loro attraversando due brani pigri, ognuno dei quali, a suo modo, smaccatamente rievocativo degli ultimi lavori di quei Gathering di cui spesso i Paatos aprirono i concerti. Gli elementi ci sono tuttavia per continuare, tra incanto e disillusione, a seguirli. E la sufficienza alla fine la spuntano. Continuiamo così, facciamoci del male.

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swansong alle 11:12 del 6 aprile 2011 ha scritto:

Uhh i Paatos! Gran bel gruppo! Li ho seguiti con interesse all'inizio della loro carriera (Timeloss e Kollocaine, sono due ottimi lavori), soprattutto per la partecipazione al progetto dei due ex mebri dei mitici Landberk, come giustamente da te sottolineato, ed incuriosito anche dalla presenza, dietro al mixer di sua maestà Steve Wilson se non ricordo male...discreto anche il live Sensors. Poi li ho un po' persi. Comunque dai, tutto sommato il brano postato qui sopra non mi pare niente male, magari nulla di innovativo e poi, piuttosto che sentirsi le ultime porcherie di Yorke e soci o le deludenti apparizioni post Anneke dei Gathering, tutto va bene! P.S. Che nostalgia, che ricordi quei primi anni novanta, quando i tre gruppi da te citati (menzione d'onore assoluta, per me, al preziosissimo, splendido "From Within" degli Anekdoten) surclassavano alla grande il 90% della misera produzione prog-rock - e non solo - dell'epoca..

skyreader, autore, alle 9:30 del 7 aprile 2011 ha scritto:

Ciao Swansong!

Per me gruppi come Anekdoten e Landberk hanno costituito una tappa fondamentale per orientare "diversamente" i rami dell'albero del prog. Tanto che alla fine ho veramente grosse remore a considerare canonicamente prog i Landberk e gli Anekdoten, buttandoli nello stesso calderone. Per i Landberk ho una devozione particolare (basta che ti leggi la mia rece dell'indispensabile "Indian Summer"). Certo dopo la loro "dipartita" ho dovuto "ripiegare" su Anekdoten: ok, tu citi l'eccellente "From Within" (nel quale fu maggiore lo scarto dal Crimson-oriented soound), ma vogliamo parlare anche del mio adorato "Gravity"? Io ho una venerazione è particolare per la title-track. Ma anche l'ultimo "A Time Of Day" aveva nella sequenza A Sky About To Rain/Every Step I Take una vertigine assoluta. Ricordo molto bene i sentimenti di quei primi anni '90: sicuramente i Paatos si riallacciano idealmente a quelle esperienze, derivano da lì, però la loro magia, seppur in grado di regalare emozioni, si è un po' ridimensionata. Il disco nuovo, in tal senso, vive di momenti alterni: alcuni, come ho scritto, veramente intensi (meglio di Gone, credimi...), ma altri indecisi o di certo non così brillanti. Che dirti, non mi è venuto neppure voglia o l'estro (!) di appaiarli agli ultimi Radiohead...

swansong alle 11:14 del 7 aprile 2011 ha scritto:

Ah beh, caro Stefano, ti quoto alla grande! In effetti, lo smarcamento dal sound più Crimson oriented degli Anekdoten con From Within, rispetto ai primi due lavori, è evidente, ma proprio per questo me li rende più piacevoli all'ascolto (non perchè non mi piacciono i King, ovviamente, ma perchè li trovo più "personali"). La mia predilazione, poi, rispetto ai Landberk è solo una questione di umore..preferisco, generalmente, un sound più "muscolare", ma dipende dai momenti e dalla predisposizione. Due Titani del rock tutto comunque! Naturalmente, ho letto con piacere, ancora a suo tempo, la tua ottima rece dell'estate indiana dei Landberk e, per quanto consideri splendido quel lavoro, credo che, tutto sommato, ma di un filo proprio, One Man tell's Another sia superiore...ma di che stiamo parlando poi! Chi non li ha mai ascoltati si perde veramente qualcosa di grande! P.S. A proposito, finalmente, domani, a Vicenza, finalmente colmerò un vuoto. Andrò ad ascoltarmi uno dei miei m iti assoluti in campo musicale: Peter Hammill, con la reincarnazione dei VDGG (peccato solo che non ci sia il mitico Jackson al sax!)