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R Recensione

7,5/10

Ronin

Fenice

Vola, la fenice. Vola in alto, lontana da tutto e da tutti, vola come solo una chimera potrebbe volare, lungi dallo sprecare tempo prezioso nel bruciare e rinascere dalle proprie ceneri. Non ne avrebbe davvero bisogno, d'altro canto. Ignorate quelli che crederanno di aver colto il calembour della vita, battendo sul tasto fantasy-mitologico della questione semantica. Ignorateli, perché costoro ignorano a loro volta non solo la scontatezza, ma anche l'infondatezza delle loro asserzioni. Bruno Dorella - anche alla luce della recente, coatta chiusura dell'etichetta personale, la storica Bar La Muerte - è l'ultimo musicista italiano che potrebbe avvertire la necessità di rinascere. Riplasmarsi, forse, rinnovarsi, sì: ma è già tutto un altro discorso. Come sempre, d'altronde, in tutta la sua carriera, dai Wolfango giù per gli OvO, in una serpentina che tocca anche Bachi Da Pietra e Legno. L'ossessione per il mutamento e per una sua stabile, ciclica continuità parlano - da anni - di per sé: "Fenice", quarto disco dei redivivi Ronin, primo con il valentissimo metronomo Paolo Mongardi (Zeus!, Il Genio) a deformare la temporalità di mezza sezione ritmica dietro le pelli, è solo (solo?) una delle sue tappe più alte, ambiziose e mature.

La crisi dei tempi moderni è data anche dalla crescente frustrazione, dalla montante autocensura nel non poter riconoscere come tale un bel disco, se non obbligatoriamente inquadrato in parametri di personalità, innovazione, longevità, statura mediatica (sia mai che l'interlocutore di turno si possa risentire...). Ahi ahi: "Fenice" fa acqua su tutti i fronti. Rock (quasi) strumentale, a tratti post, molto westernato, vecchio di quindici anni ad essere buoni, ideale soundtrack per un film non ancora realizzato, eccetera eccetera. Io, grazie al cielo, non ho una particolare reputazione da difendere, men che meno dietro uno schermo, dunque il sasso non esito a buttarlo: quei cliché sono poco più che spazzatura e "Fenice", con buona pace del "gusto personale", è uno splendido disco per il suo essere, ma va?, uno splendido disco. Non ci credete? Logico. Allora fate come ho fatto io: accendete uno stereo senza troppa convinzione e preparatevi all'ascolto di "Spade". La prima lama entra, ad altezza torace, quando i flanger sono ridoppiati da un circolare giro di armonici. La seconda, nei dintorni del cervello, nel momento in cui l'arpeggio di sottofondo dissolve le strutture iniziali e lascia prorompere una linea di basso di ombrosa, statica bellezza. La terza, inevitabilmente diretta al cuore, quando un improvviso break ritmico porta le due chitarre, di Dorella e Nicola Ratti, a strisciare l'una sull'altra, con dissonante indolenza paesaggistica, in un recupero dei Calexico di metà anni '90, brividi sull'epidermide inclusi.

"Fenice" rimane così: un disco intimo, spesso dato quasi per scontato, che tuttavia spiazza in ogni istante per un frame, un particolare. "Benevento" attacca impetuosa, graffiata, un tumulto lusitano suonato sul filo del rasoio, che a metà si mette a sonnecchiare sotto una cocente canicola psichedelica per poi rialzare la testa, più impolverato e massiccio di prima. "Selce" addormenta la narrazione tra lontani miraggi desertici e sofferte nebbie slow-core, mentre i tumbleweeds scivolano verso la linea dell'orizzonte, sospinti da rifrazioni per slide. "Jambiya", al contrario, è il dinamismo, laddove prima si aveva l'immobilismo: uno scatenato boogie al gusto di peyote, dove gli scheletri si riuniscono per accennare paurosi stomp al pianoforte e le allucinazioni bruciano in un filo spinato di surf-noise. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, ci si ripete convulsamente come convulsamente lo ripeteva il Vincent Cassel di "La Haine". I toni cominciano a cambiare con l'entrata in scena della title-track, palpitante saggio di cinematico post rock in chiave minore animato da una profonda malinconia tinta seppia (la stessa dei Giardini di Mirò de "Il Fuoco") all'arrivo del sublime arrangiamento d'archi di Nicola Manzan, enfatizzato sino a raggiungere un catartico climax emozionale.

Ecco allora la reinvenzione, il coraggio di rimettersi in gioco. "Gentlemen Only" è un generoso intermezzo di rilascio, due minuti di leggerezza swing stretti fra "It Was A Very Good Year", memoriale funebre ai limiti del minimalismo strumentale - con voce di Emma Tricca, parole di Ervin Drake ed apertura solenne per organetto elettrico del padre di Dorella, Umberto - e "Nord", persa tra foschie drone, arpeggi acustici e strascicati approdi post-blues. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio. E l'atterraggio, in questo caso, non poteva trovare terreno più propizio: "Conjure Men" è tirata a lucido, addobbata a festa, danza crepuscolare attorno ad un fuoco alimentato da sordi tam-tam ed armata di un gigantico arsenale di fiati (c'è lo zampino di Enrico Gabrielli su flauto e sax...).

Ronin, nel Giappone seicentesco, era il samurai disonorato o rimasto senza padrone. Sarà per questo che Dorella e soci hanno deciso, consapevolmente, di essere padroni di loro stessi?

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

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Peasyfloyd alle 23:44 del 15 febbraio 2012 ha scritto:

visti dal vivo ad Aosta (!) tipo un mese fa. Davvero bravi! Il disco me lo recupererò senz'altro che meritano.