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R Recensione

8/10

Shipping News

One Less Heartless to Fear

Più che una band la si potrebbe definire una polisemia, un luogo d’incontro tra futuro, passato e presente soprattutto. Dire Shipping News porta alla mente tanti nomi, tante storie. Quella dei leggendari Rodan, del talento irraggiungibile dei June on ’44, dei Rachel’s e della Quarterstick, ma soprattutto quella di Jason Noble, uno che non si arrende mai, neanche di fronte alle sfide più difficili. Dire Shipping News porta a tutta una serie di accezioni, di corollari e di conseguenze germogliate in un contesto artistico ad altissima concentrazione di idee e attitudine. Quella scena nata a metà della precedente decade sull’asse Chicago-Louisville. Ovvero ciò che per comodità è finito nel calderone del cosiddetto post-rock. Ma è il qui ed ora ciò che conta.

One less heartless to fear”, l’album uscito in queste settimane, si potrebbe considerare una summa di tutto ciò che questa band è riuscita a consegnarci nei suoi quasi quindici anni di vita. Da quel lontano 1996 quando in piena epopea post rock Jason Noble e Jeff Mueller, entrambi nei Rodan, decisero di mettere insieme le proprie forze per creare alcuni pezzi per il programma radio "This american life". L’album in uscita può rappresentare quindi un punto di partenza per chi non ha avuto il piacere di incontrarli prima ed un momento di ricongiunzione per chi invece ha già potuti apprezzarli su disco e dal vivo. Coloro che, nonostante i lunghi periodi di pausa, non li hanno mai dimenticati. Tra i nove brani dell’album si trovano tre pezzi registrati live e due ripresi da “Flies the fields” – Axons and dendrites e (Morays or) demon –, il loro ultimo lavoro sulla lunga distanza, targato 2005.  Ad aprire le danze Antebellum. “Prima della guerra”. Prima di tutto c’erano i Fugazi. Da qui si parte. La batteria martella, la chitarra gratta e la voce si fa piena, parla di sacrificio. La chitarra si diventa un corpo contundente, sferragliante, fino al climax finale, che deflagra su stesso come da lezione Dischord. This is not an exit è materiale rovente. Il suono ci proietta direttamente ai June of ’44 del capolavoro (e questa volta lo si può ben dire senza timore di essere smentiti) “Engine takes to the water” oppure a quel capolavoro ancora misconosciuto che è "The lurid traversal of route 7" degli Hoover. Quella particolare grana, quella ruvidezza “controllata”, quell’epica ci riporta indietro di almeno quindici anni, senza nessuna nostalgia però. Al di là di qualsiasi sterile passatismo.

È un vero e proprio accesso segreto al paradiso del suono. A quel “rumore” e a quelle atmosfere indimenticate, un ponte che si collega direttamente a monumenti del rock indipendente anni Novanta come June Miller o Pale horse sailor. D’altronde questo è il DNA della band. Volente o nolente. Anche la voce di Jeff Mueller non è mutata. Declamante e stentorea come a quei tempi. Le chitarre si aprono e la batteria diventa un metronomo inarrestabile, il tamburo di un esercito che si prepara per la battaglia. Subito dopo (Morays or) demon batte gli stessi lidi. Il refrain urlato è una liberazione dopo la tensione preparata ad arte dai fraseggi tra il graffio della chitarra e la sezione ritmica che riesce a mantenere il controllo anche in piena tempesta. The delicate (a dispetto del titolo si direbbe) si spinge ancora più avanti, portandosi su territori affini ai Jesus Lizard e Shellac; sempre roba molto piacevole ovviamente per le nostre orecchie. Axons and dendrites ci riporta sulla sottile linea rossa, tra melodia e rumore. Marziale, puntuale, precisa. C’è un sapore epico fra queste note. Bad eve è un pezzo intimamente slintiano nel suo incedere tra arpeggi e accelerazioni improvvise, con una chiusura tronca come un racconto di Carver. Do you remember the avenue? chiude tra violenza post-hardcore e convulsion fugaziani, implorando (o imponendo forse) “silence”. E gli applausi che si possono sentire in chiusura sono ampiamente meritati.   

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