Sigur Rós
Agaetis Byrjun
I Sigur Rós non ci riguardano, non possono: clima, ritmi biologici, abitudini, mentalità, terra... tutto troppo diverso. Ma non siamo noi diversi, sono loro gli alieni, come quello nascente nel feto di copertina, esattamente come lui. Nessun altro gruppo può anche lontanamente paragonarsi ai Sigur Rós. E manca ancora l'ovvietà maggiore, la più abusata e cool... l'Islanda, amata terra natìa. Location senz'altro affascinante, si sa, laghi ghiacciati, foreste biancoscure, giorni infiniti d'estate e strettissimi d'inverno e tutto il resto. Ma per quanto musa dalle mille e una notte, c'entra relativamente con la loro musica.
E come suonano i Sigur Rós, che ancora non sono davvero Sigur Rós? Se li spogliamo della voce di Jònsi, diamante primo del gruppo, cosa rimane? La risposta, almeno per i detrattori, è sconcertante: tanto. Il materiale grezzo è post-rock, ma le forme che assume sono molteplici e particolarissime, caratterizzato com'è da un'imponente ossatura elettronica, che travolge le melodie e ne altera sul finire l'andamento gentile con improvvise implosioni elettrostatiche ("Hjartað Hamast" – "Il Cuore Batte"), battiti al cardiopalma ("Svefn-G-Englar" – "Angeli Notturni"), gelidi soffi di vento ("Starálfur" – "Fissando Un Elfo"), rimbalzi echeggianti di voce ("Ágætis Byrjun" – "Un Buon Inizio") e tanto altro. Ma non solo il sintetizzatore di Sveinsson, grande importanza è attribuita anche alle percussioni, chiavi di volta per i boati esplosivi di quasi ogni brano, che si trasformano in frastagliate scogliere fantasma sulle quali impatta il mare emotivo delle composizioni: prima stanca e trascinata ("Svefn-G-Englar"), la batteria di Gunnarsson si scalda nel susseguirsi dei brani mostrandosi in controtempo ("Hjartað Hamast"), frantumata in tempi dispari nel seguire profondissime linee di basso elettrico ("Olsen Olsen") e in uno splendore cristallino nella lunga epopea che da metà brano disvela una potente e intensa jam session ("Ný Batterí" – "Nuove Batterie"). Eppure, mai come in questo caso, a impressionare veramente è la pregevole commistione di misure e classi strumentali di tutti i tipi (anche violini, trombette, xilofoni, armoniche...) che preclude a canoniche soluzioni post-rock per saltare invece da un campo di fiori all'altro attingendo ai profumi di più generi, così da valorizzare ogni brano con personali e sempre nuove costruzioni melodiche. Si va dal dream-pop scampanellato e compatto per linea di pianoforte ("Ágætis Byrjun") all'ambient spettrale da foresta notturna, scordinato e quasi stonato per l'oscura freddezza dei drone ("Avalon"), passando attraverso maestose frazioni free-jazz ("Ný Batterí") o estasianti lungaggini pianistiche in crescendo alla sublimazione finale delle chitarre e agli sfarfallii irregolari dei violini ("Viðrar Vel Til Loftárása" – "Bel Tempo Per Un Bombardamento Aereo").
Ma come accennato, c'è ancora una voce da raccontare. E' la voce del leader, dell'istrionico ed esuberante Jònsi, abbreviazione per Jón Þor Birgisson, che prende vita in un linguaggio vocale acutissimo, dalla consistenza della carta velina, e figlio di un corpo che vive un'eterna giovinezza nei lineamenti e nelle movenze. Un Peter Pan dell'Isola che C'è (ed è nel nord), che intona versi ancestrali dai prodigiosi squarci lirico-tonali ("Flugufrelsarinn" – "Il Salvatore dell'Anima Volante" ed "Ágætis Byrjun") e suona la chitarra con un archetto di violoncello. E' dunque l'autentica figura di spicco di una band aliena, fuori da qualsiasi dimensione artistica, che proprio sul tramonto del secondo millennio è scesa come un velo su di noi, avvolgendoci in una coperta materna, e ci ha cambiato la vita.
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