R Recensione

8/10

The Black Heart Procession

One

di PV64

La processione del cuore nero si è appena messa in viaggio.

Questo disco suona oscuro come una notte senza stelle, tenebroso come un vento caldo portatore di cupi presagi, pesante come un carro pieno di appestati che avanza lento e inesorabile incurante di tutto.

Questo primo lavoro, ormai introvabile, dei Black Heart Procession non poteva avere titolo più significativo se non il nome stesso della band, capolavoro di ermetismo e vionarietà e vero e proprio manifesto programmatico del loro stile pressoché unico nel panorama del post-rock americano più apocalittico e consolatorio.

Il primo disco dei Black Heart Procession chiamato semplicemente "1" vive e si alimenta di oscurità, di presenze inquietanti ma mai così "profondamente" vicine. Già alle prime note ti accorgi già che non potrai avere scampo: le sue atmosfere ti trafiggeranno 'dentro e fuori' ribaltandoti l?anima come un calzino, come l'ultima esalazione di una persona cara che ti sta lasciando, ti entrerà nel DNA come un'aria malsana e piacevole al tempo stesso da cui non ti libererai facilmente.

Questo 'One' è la cera liquefatta che scende dalla candela che reggi in mano partecipando al triste corteo, il gusto della saliva che deglutisci mentre saluti un amore ormai andato, il vago spaesamento che provi in una stanza in penombra senza finestre e senza vie d'uscita. E ti ritrovi perdutamente solo coi suoni dolenti e riverberati di un pianoforte lontano mentre ascolti il tuo cuore nero cominciare la sua lenta e inesorabile processione verso la perdizione assoluta che vai cercando.

Niente diavolerie, niente strane alchimie di elettronica o arrangiamenti complessi e inerpicati: si resta soli, perdutamente soli accompagnati solo da suono di una chitarra, un organo, un ritmo svogliato di batteria e una sega (!), suonata, abbracciata e coccolata con l'archetto di un violino dal cantante e leader Pall A. Jenkins che della processione è il Gran Cerimoniere (alla voce, chitarra e i suoni della sega, appunto). Ad aiutarlo il tetro e diafano Tobias Nathaniel al piano, alle tastiere e all'uso di piccole diavolerie appena percettibili (che con Pall, per altro, è stato tra i fondatori dei Three Mile Pilot).

Un disco struggente e malinconicamente disarmante per la bellezza e la poesia che si traspira da ogni singolo silenzio, mai come in questo disco 'presenza' oscura e protagonista indiscussa di queste dolenti 11 tracce. Tra le varie eccellono "Even thieves couldn't lie", con chitarra, piano in evidenza e "Stitched to my heart", sua anima speculare per l'atmosfera soffusa ma pregna di sofferta atmosfera, mentre fra i pezzi più sostenuti si fa spazio "Square heart", "Release my heart" e "Blue Water, Black Heart" veri e propri capisaldi consacrati del repertorio dei nostri.

E dopo l'intermezzo da colonna sonora di Tim Burton (i 56 secondi orchestrali di 'The Winter My Heart Froze') si ritorna alle atmosfere oscure e dannatamente crepuscolari di 'Stitched To My Heart' (notare come la parola 'Heart' sia reiterata 7 volte nei titoli delle 11 tracce!!)

Chiude l'album una magistrale "In a tin flask" sostenuta da un pianoforte d'altri tempi, quasi gotico nel suo incedere ossessivo a incorniciare parole di addio dette trattenendo a stento le lacrime agli occhi. L'ultima "A heart the size of a horse", è il commiato nichilista e tormentato (con un organo spettrale che si perde in un riverbero infinito come se a suonare fosse l'eco di se stesso) di un'opera prima già matura e completa (i successivi 'Two' e 'Three' ricalcheranno abbastanza fedelmente lo schema di questo).

La lunga processione è giunta al termine, o meglio, ha girato l'angolo ed è sparita dal nostro sguardo impietrito mentre il nostro cuore nero è ancora lì che pulsa alterato da questa ondata di emozioni incontrollabili come il buio di una notte senza stelle, come il risveglio intontito da un coma, come il sentirsi abbracciati da un amico sincero in un momento di sentita partecipazione, come quell'irrefrenabile voglia di piangere senza nemmeno sapere il perché che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita.

 

 

 

 

[Recensione originalmente apparsa sulla messageboard Debaser]

V Voti

Voto degli utenti: 8,8/10 in media su 8 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
Zorba 10/10
REBBY 9/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

fabfabfab (ha votato 8 questo disco) alle 23:06 del 31 agosto 2008 ha scritto:

"Square heart" e "Release my heart" sono due brani eccelsi. I Black heart procession si sono ripetuti con il secondo ed il terzo disco, nella loro particolare creazione di post-murder ballads. Ovvero, ballate funeree senza possibilità di riscatto. Visti dal vivo più volte, quasi sempre volentieri (in alcune occasioni la noia prendeva il sopravvento). Da recuperare anche molte cose dei Three-Mile Pilots. E bravo PV64!

SamJack (ha votato 8 questo disco) alle 12:53 del 28 novembre 2009 ha scritto:

.....accidenti....la processione del cuore nero mi mette i brividi ogni volta che l'ascolto.....the old kind of summer è veramente spettrale.....nessuna funzione catartica, nessuno scherzo.....veramente impressionante l'oscurità che fuoriesce dai loro dischi.....

Utente non più registrato alle 20:30 del 12 febbraio 2012 ha scritto:

Gran bel disco, anche se, per me i BHP c'entrano poco con il post-rock (per fortuna...)...peccato per coloro che non li conoscono