The Drift
Memory Drawings
La tromba è la voce degli angeli.
Ed è, senza dubbio alcuno, musica paradisiaca quella che fuoriesce da “Memory Drawings”, quarta prova sulla lunga distanza per i californiani Drift, quartetto californiano dedito a lunghe estensioni strumentali tra free jazz e post rock. Connubio apparentemente irraggiungibile, viene in realtà sublimato grazie alla particolare configurazione musicale dei Nostri, che affiancano le canoniche saturazioni di chitarra e batteria all’ipnotismo sonoro degli ottoni (la tromba, per l’appunto) e degli archi (il contrabbasso, in questo caso). Miles Davis che incontra i Tortoise, gli Slint ripuliti dai corollari hardcore che si fondono con Maynard Ferguson e le sue soundtracks. Eccola, la dimensione dei Drift, non facile, ingombrante ed ardita.
Eppure, non ci sarebbe da preoccuparsi, perché il savoir-faire dei Nostri si antepone a tutto e tutti, e tira fuori sette nuovi pezzi di quelli emozionanti, soavi o, se proprio si vuole ricadere nella ridondante sagra della banalità, belli. Cinquantacinque minuti che raramente vivono momenti di stanca, apnee costruttive o anacoluti compositivi, ma che, altresì, scivolano via senza gravezze ed angosce, e vanno a lambire dolcemente quelle che possono essere le corde dell’anima più recondite.
Pronti, partenza, via: il plenilunio di “If Wishes Were Like Horses” è una continua immersione psichedelica, rassicurante, vagamente melanconica, tra fiati duttili che si vanno ad inserire in ogni anfratto, a coprire, ad unirsi, ad accompagnare gli amalgami chitarristici che, con discrezione, appaiono con sempre più coraggio sulle trame trapunte del pezzo. Un rasoio di Occam, insomma, che sradica via virtuosismi e prolissità, seppur possa sembrare a tratti un po’ manieristico nella sua smania di ridurre il tutto ad un dialogo continuo e fluente fra le due protagoniste sonore.
In realtà, la portata principale viene introdotta, poco a poco, solo successivamente.
È post-rock delicato ed avvolgente quello di “Golden Sands”, che può ricordare, a livello di sei corde, i flutti alla deriva degli ultimi Explosions In The Sky, ma anche le carezze sensuali ed emotive di Chet Baker, nelle dita vellutate del trombettista Jeff Jacobs, che si esprimono attraverso il suo aerofono. Centinaia di riferimenti diversi anche nella successiva “Smoke Falls”, ancora più dilatata ed incorporea, che racchiude in sé un’anima minimalistica, a braccetto con un certo ambient orchestrale (casa Eluvium, verrebbe da dire, e non a caso: la Temporary Residence è la stessa label di Matthew Cooper!) e con una nuova, imprevista vena swing, che mischia le carte in tavola grazie a piccole svisate ogni volta differenti.
Ora, signori, mettetevi comodi nelle vostre poltrone, ed abbandonatevi all’estasi.
Perché, se è pur vero che il finale è un po’ troppo aggiustato, e lascia in bocca un sapore vagamente salmastro, come quello di una marea che ha faticato ad arrivare e non ha concesso lo spettacolo agognato (“Lands End”, undici minuti di corale estro jazzistico stemperato da una soluzione melodica ormai ciclica e prevedibile, ed ancor più la conclusiva “Floating Truth”, monotona e priva di nerbo), è altresì vero che, nel bel mezzo di “Memory Drawings”, spiccano due gemme di inestimabile caratura.
“Uncanny Valley” ha un suono cosmico, totale. Acido e stordente come il migliore Sun Ra, soffuso e solenne come i For Carnation: e, quando il chitarrista Danny Grody lascia esprimere il suo strumento attraverso un vibrante strato di riverbero, che echeggia per secondi e secondi, la spina dorsale non può far altro che sussultare, scossa da imponenti fremiti. La tromba fa il resto, con un’alchimia questa volta lacerante, aprendo ferite insanabili su tastiere e percussioni. Ruggine e sangue.
Più contenuta “I Had A List And I Lost It”, il brano più breve del lotto, liquida ed composta come poche, chiaroscurale con fioche ma sistematiche screziature di luce, dall’incedere lento e rilassato e dal potenziale onirico incredibilmente potente. Mentre lo stereo, in penombra, riproduce le evoluzioni strumentali dei Drift –con tanto di coda finale in perfetto contrappunto jazz-, sotto i nostri occhi cominciano a comparire le prime stelle nel nero pece della calma di mezzanotte: e tutto pare sinceramente reale.
Troverete dischi migliori di “Memory Drawings”. Anche meglio suonati, forse. Difficilmente, però, troverete qualcosa di simile. Ed è per questo, dunque, che sarebbe un peccato fermarsi al dire, e non proseguire oltre, superando l’affascinante mare azzurrognolo della copertina, ed arrivando all’elegante fare di questo quartetto.
E siete ancora convinti che anche Lucifero non annoveri una tromba, fra i suoi camei sotterranei?
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