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R Recensione

5,5/10

Giardini di Mirò

Different Times

Come quei venerabili saggi la cui sola apparizione suscita rispetto quando non riverenza, lo status dei Giardini di Mirò a vent’anni dal loro debutto è tale da rendere ogni loro manifestazione un piccolo evento, la parcellizzazione singolare del classico contemporaneo. Tale il fato dei giovani degli anni ’90, quelli sopravvissuti – loro malgrado, nonostante tutto – alle proprie angosce e al proprio tempo. In questa visione olistica, dunque, un ritorno non è semplicemente un ritorno, specialmente se bagnato da un’attesa spasmodica lunga sei anni, quelli che dividono “Good News” da “Different Times” (le colonne sonore costituiscono, a buona ragione, capitolo a parte). Lo shift semiotico fra i titoli dice tutto: continuiamo a tenere duro, senza perdere la speranza, consci che ognuno di noi gioca una nuova partita su quel campetto sintetico ritagliato tra gli enormi grattacieli di un imponente skyline cinese (atomismo e gentrificazione, contemporaneità retromane e aspirazione futuristica). È una morale, leggermente paternalistica, proporzionata all’esperienza: non per niente al disco, che ha richiesto un lavoro collettivo di un paio d’anni, si affianca oggi un’omonima biografia, quasi l’investitura scritta ufficiale che sancisce il passaggio dei Giardini di Mirò dall’altro lato della cattedra.

L’aspetto più interessante di “Different Times”, in questa solenne congiuntura, sta nel lodevole sforzo di cementare i tratti distintivi del proprio suono e, al contempo, aprire importanti finestre di dialogo con voci artistiche appartenenti alla propria generazione (l’ex God Machine e Sophia Robin Proper-Sheppard, l’ex Piano Magic Glen Johnson) e a quelle immediatamente successive (Daniel O’Sullivan, Adele Nigro aka Any Others): una polifonia, a ben vedere, che dovrebbe sparigliare la tradizione, un anelito collettivo per mettere in crisi gli orizzonti di senso particolari. L’azzardo a corrente alterna paga il massimo risultato nella tripletta d’apertura dove, al classicissimo ma convincente storytelling della title track (impreziosita dalle chiose della steel guitar e da un finale orchestrale bagnato dal sax), si oppongono l’eterea ovatta melodica di “Don’t Lie” (tra Richard Young e Yo La Tengo) e il crepuscolare shoegaze di “Hold On”. Poi, lento ma inesorabile, riemerge dalle sabbie del tempo il difetto atavico dei Giardini di Mirò: tanto efficaci nelle costruzioni strumentali (anche in quelle più conservative, come “Landfall”) quanto impalpabili e al meglio mediocri in quelle cantate. “Pity The Nation” sceglie il minimalismo post rock per musicare i versi di Lawrence Ferlinghetti, ma lo svolgimento è pedestre e vecchieggiante: “Failed To Chart” è un inciso quasi ambientale offerto in dono allo spoken word di Johnson; “Void Slip” è un noise pop scritto e interpretato col pilota automatico. Piuttosto pedanti anche i dieci minuti conclusivi di “Fieldnotes”, sommersi da un maelström chitarristico che fa riemergere solamente frammenti di synth floydiani e puntinature di sax: un po’ poco per una costruzione così ambiziosa.

Different Times”, ma stessi risultati. Si conferma l’assioma sussurrato timidamente in passato: il repertorio originale non riesce a reggere il confronto con le sonorizzazioni (“Il Fuoco” e “Rapsodia Satanica” appartengono quasi ad un altro pianeta). Non ci è dato sapere se sul banco degli imputati debbano finire fragilità di scrittura, incertezze interpretative o una certa unidirezionalità stilistica: quel che è ormai certo è che, delle due versioni della band, questa non è nemmeno lontanamente la migliore.

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