R Recensione

10/10

Robert Wyatt

The End of an Ear

È il capolavoro di Wyatt. Las Vegas Tango, Pt. 1 apre il disco con una nenia velocizzata, con una linea melodica che potrebbe essere un qualsiasi motivetto che ognuno può inventare sotto la doccia, un po' casuale, che insiste, si stravolge, inciampa su se stesso, si eleva, tra echi, voci che si sovrappongono, un piano free e una batteria che lega il tutto. Il risultato è di un'omogeneità unica. Termina un fischietta che gioca col l'eco, il rallentatore e il nastro al contrario. Poi dal caos leggero prende forma un lieve jazz con piano e voce che porta al termine del brano.

In To Mark Everywhere (2) ci sono una batteria ossessiva e due o tre trombe che dialogano tranquillamente del più e del meno, forse del tempo che fa o di come preparare un buon tè; rimane una sola tromba e (To Saintly Bridget -3-) la batteria innesca un delay che la voce accompagna in un gioco d'eco fino all’assolo di fischio jazzato con basso acustico in stile swing. Due sax danno al tutto un tono professionale di ensamble classico.

C’è una disinvoltura, una naturalità inaudita, visto che tale musica, nuovissima, come certe meraviglie, stava sempre nella nostra testa, accontanata, e che attendeva solo di essere risvegliata dal prodigio di turno, una meraviglia fatta alla luce del sole, non con fumi, rulli di tamburi e tendaggi da teatro. Il basso frena (To Oz Alien Daevyd and Gilly -4-), la batteria smania, la tromba con sordina invita all'attesa, il sax tremola e poi trova dei segnali, simboli, geroglifici che anche la tromba ora sa interpretare, ecco, c'è una strada (To Nick Everyone -5-), è la batteria con l'eco: la grancassa, il tom, i tom, il rullante... sì, è la strada e anche il sax ha capito, di qui si può passare. È il ritmo che guida, un ritmo che accelera, rallenta, i suoni dei tamburi che scandiscono il passo, che tagliano l'aria, il legno delle bacchette sul rullante è il suono che guida. I fiati scalpitano, non hanno quel ritmo, i fiati son fatti per volare e si mettono d'accordo allora e anche il piano è della combriccola. È free fatto col cuore, prima che con la testa, e a fare capolino c'è Sun Ra, più di ogni altro. Ma è free calmo, c'è una luce fresca intorno, è il contrario del caos, tutto è chiaramente distinguibile, il dialogo è fin troppo comprensibile, è free educato, consapevole, adulto.

La batteria incalzante di In To Mark Everywhere (2) ogni tanto si inserisce a legare tutto il discorso in un unico capitolo, in un unico discorso, a sottolineare l'omogeneità che era comunque chiara. (To Caravan and Brother Jim 6-) Ora il tono del piano e della batteria sono seri, basta giocare, l'organo mette solennità alla voce che fa il verso al drum-set. Poi l'organo, i tamburi, il piano, s'inceppano, manca l'olio per proseguire, il meccanismo evidenzia la ruggine, ma la volontà ad andare avanti c'è e si è pronti a lasciare la strada vecchia per questo nuovo viottolo sterrato, buio, difficile, insidioso.

Ma va, la nuova strada, seppure con tutte le novità del caso, l’ingranaggio sembra andare, è la via giusta. L'organo s'inalbera e scompare; rimane un sibilo di rullante, forse ci si è smarriti nel bosco. (To the Old World 'Thank You for the Use of Your Body, Goodbye'-7-) Niente paura, è solo un bosco, la trombetta, infatti è divertente, fa simpatia, il giochetto di elettronica è allegro. Non è più jazz, è contemporanea, Stockhausen o Berio sono i maestri del nuovo territorio, non Charlie Parker. (To Carla, Marsha and Caroline 'For Making Everything Beautifuller' -8-) Il pianoforte classico mette le radici alla deriva della sperimentazione elettronica, l'organo puntualizza le radici, ma non si può tornare indietro nel tempo, i cluster di note sul pianoforte lo ricordano, anche se la melodia della musica che ci ha accompagnato per secoli è bella, ci affascina, le scale tonali...

È il ritmo l'altro faro della musica, (Las Vegas Tango, Pt. 1, ultima traccia, stesso identico titolo dell'apertura) e un ritmo insistito fatto con la voce, mette la cornice al nuovo: un fischio con delay, la trombetta che ha assunto una fisionomia più seria, si esprime più decorosa di prima, è la nuova musica, di adesso, di un adesso che può cambiare in qualsiasi momento. È il culmine del disco, la sintesi della musica di Wyatt, quella più meditata, con le fondamenta nel jazz, nel ritmo e nelle melodie che sorgono spontanee e leggere. I suoni sono quelli meravigliosi che tutti gli strumenti, anche le corde pizzicate di un pianoforte possono produrre; le invenzioni sono milleuna, tra strumenti e voce. Commovente. E vorremo che Las Vegas Tango non finisse così come finisce un disco, con un asettico silenzio; per fortuna il tempo di goderne il flusso c'è, ed è un fiume in piena, come di rado capita di sentire. Capolavoro.

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 18 voti.
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ozzy(d) 10/10
Cas 9/10
bart 4/10
loson 7,5/10
REBBY 10/10
gramsci 6,5/10
Lelling 8,5/10

C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 9:57 del 26 marzo 2008 ha scritto:

il capolavoro di wyatt, anche meglio di "rock bottom"

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 17:14 del 27 marzo 2008 ha scritto:

beh, meglio di rock bottom secondo me no...però questo è un grandissimo disco, davvero irresistibile nella sua indomita anima free (e freak)!

DonJunio (ha votato 9 questo disco) alle 17:56 del 28 marzo 2008 ha scritto:

puro genio

bart (ha votato 4 questo disco) alle 15:57 del 17 aprile 2010 ha scritto:

Pretenzioso

Non mi è mai piaciuto. Va bene sperimentare, ma qui mi sembra un'esagerazione. Solo "Las Vegas Tango" mi dice qualcosa, il resto non lo reggo. Meno male che poi è arrivato "Rock bottom".

Totalblamblam (ha votato 9 questo disco) alle 22:42 del 17 aprile 2010 ha scritto:

sublime

non so se è migliore di rock bottom, mi sembrano due lavori molto diversi ...questo "manca" di produzione e si muove su altre coordinate più da free jazz

dalvans (ha votato 4 questo disco) alle 23:08 del 24 settembre 2011 ha scritto:

Ostico

Mai piaciuto

Utente non più registrato alle 21:35 del 12 ottobre 2013 ha scritto:

Per quanto adoro ciò che Wyatt ha fatto con i Soft Machine (mamma mia cos'è moon in june...) e con i Matching Mole o su rock bottom, questo disco (a malincuore) non l'ho mai digerito/capito.

Non ho mai capito la devastante versione di Las Vegas Tango che nell'originale di Gil Evans (The individualism of G.E.) è di una bellezza commovente.

Resident, autore, alle 10:17 del 13 ottobre 2013 ha scritto:

Capisco perfettamente.

Anche dal tuo nick e da cosa citi (Moon in June) si intuisce la tua difficoltà, che puoi benissimo non forzarti nel superarla. Anche a me piacciono i VDGG.

Oltre a Third, il primo (soprattutto) Matching Mole ti piace sicuramente e com'è ovvio, il bel Rock Bottom (Little Red Riding Hood Hit the Road !).

Ma questo End of an ear è proprio la fine degli ascolti, il suggello ad un certo periodo sperimentale e di contimanazione estrema dell'estremo jazz (free) e del rock psichedelico.

Se non lo si ascolta come l'anima più oscura-sprimentatrice e provocatoria, l'ascolto è ostico.... ma le invenzioni!

I nastri che girano al al contrario, le voci rallentate e velocizzate, le maglie larghe dei momenti più liberi (non ci sento il caos lì ma la libertà di un artista maturo che ha trovato la sua sorgente e la lascia scorrere), i rumori effettatti, che vanno e vengono, e giocano con gli strumenti e lui che inventa con la voce...

E vabbè... gran disco! Ciao.

Utente non più registrato alle 14:26 del 13 ottobre 2013 ha scritto:

Mah guarda, per farti un esempio non casuale: amo alla follia John Coltrane, di cui ho praticamente tutta la discografia (comprese le collaborazioni) diciamo fino al 1965, ma ho la stessa "difficoltà" ad ascoltare l'ultima produzione...

Per farti un'altro es. potrei citarti Revolution 9 dei Beatles...

Concettualmente apprezzo "l'anima più oscura-sprimentatrice e provocatoria" meno quel che ne viene fuori...

Mi sfugge un pò la tua deduzione della mia difficoltà in base alle citazioni ed al mio nick...

Ciao

Utente non più registrato alle 14:37 del 13 ottobre 2013 ha scritto:

ah! cmq a me piacciono moltissimo anche i primi 2 dei SM, ma anche il 4 e il 5, così come il 2 dei MM...e non é così "ovvio" che mi piaccia rock bottom...

ariciao

Resident, autore, alle 19:40 del 14 ottobre 2013 ha scritto:

L'associazione col tuo nick è dovuta semplicementa al al fatto che il prog va d'accordo più con il "classico" che non col "free", ma è una semplice mia vaga interpretazione e deduzione.

Ad ogni modo tra VDGG e Soft Machine, Machine Mole e Wyatt, stiamo citano nomi senz'altro di un certo calibro.

Ciao

Utente non più registrato alle 20:45 del 14 ottobre 2013 ha scritto:

Non sono d'accordo, personalmente lambisco il free spesso e volentieri...cmq vabbè...

Ciao

Utente non più registrato alle 13:52 del 15 ottobre 2013 ha scritto:

Il discorso per me era interessante, ma purtroppo si finisce sempre per cadere in fragili stereotipi, vedi quello che il progressive (e/o chi lo ama) va più d'accordo con il classico che con il free.

La conoscenza di un genere così vasto, non darebbe adito a questo genere di argomentazioni; anche laddove le influenze classiche sono più evidenti, che male c'è?! Quest'influenza poi è applicata in modo diverso da gruppo a gruppo.

inoltre, penso che ci sia contraddizione, visto che si citavano gruppi come VdGG, SM, MM e Wyatt (ma si potrebbero fare altri nomi) nella cui musica c'è eccome la presenza del "free".

Personalmente poi, da più di trent'anni ho una frequentazione assidua del jazz che come accennavo mi ha portato spesso a lambire il territorio free: Coltrane, Dolphy, Mingus, Coleman per fare qualche nome (magari sconosciuti a chi ammira dischi come quello in oggetto...).

Ma il punto non era neanche questo, semmai quello legato ad una certa sperimentazione, che però, alle mie orecchie risulta inascoltabile.

Posso citarti un brano dei miei amatissimi Area, Lobotomia, che, per chi conosce bene le gesta di questo gruppo, dal vivo si trasformava in un vero e proprio happening, perfettamente calato nelle ricerche artistiche dell'epoca.

Come dicevo, pur apprezzando moltissimo questo genere di "pratiche", obiettivamente mi risulta difficile ascoltare questo brano, mentre sono perfettamente a mio agio con gli altri e, anche in questo caso, con il "classico" non hanno nulla a che fare.

Ciao

Spakka1985 alle 0:54 del 2 marzo 2016 ha scritto:

Ciao a tutti, sono nuovo nella community anche se leggo le vostre recensioni da un paio di anni. Ho comprato oggi questo disco, avendo amato alla follia Rock Bottom. Anche secondo me non è facile paragonare due lavori così diversi. È un po' come dire...meglio "A Kinde of blue" o "Bitches Brews"??? Non me la sento di dire "meglio di RB" ...ma sicuramente un esperimento molto affascinane. Se lo si "ascolta" non lo si capisce...bisogna "subirlo". (Ovviamente a parer mio ). Ciao