R Recensione

8/10

Ronin

Lemming

Post rock all’italiana ? Non proprio. Rock strumentale melanconico, colonna sonora per film mai girati piuttosto. Circolarità di fondo ma mai algida, non math rock ma post dell’anima, forse. Questo e molto altro è il secondo disco dei Ronin, Lemming, titoli (quasi sempre) italiani ma animo cosmopolita, passo strascicato ma mai narcotico, spirito melodrammatico ma non lamentoso.

L’iniziale I Pescatori Non Sono Tornati è una dichiarazione d’intenti, un antipasto eloquente, anche se non esaustivo, di ciò che ci attende nel disco: a metà strada tra la sabbia del deserto del Messico dei Calexico, le terse atmosfere Morriconiane e le acque scure e immobili dei Dirty Three. Sono i tre nomi che più spesso si affacceranno alla mente durante l’ascolto del disco, seppur riletti attraverso una sensibilità tutta italiana per melodie stracciacuori. Nel senso migliore del termine.

Consumato l’atto dello scongelamento, il gruppo comincia a mescolare le carte in tavola, concedendosi alla calda bossa meticcia de La Banda, passando per le oscure stanze disadorne di Mantra Infernale, e affidandosi poi nella ballata Il Galeone all’incerto italiano di Amy Denio per uno dei due soli pezzi cantati del disco. Con Portland si ritorna a parlare l’idioma musicale mariachi, in odor di Messico e di Calexico, con You Need It, Then It Comes si vola al picco emozionale del disco: un testo surreale, (scritto da due Cerberus Shoal) giunge di tanto in tanto ad increspare un mantra minimale e commovente, rilettura col cuore in frantumi degli Slint più eterei.

A stemperare la gravità degli animi giunge poi il world beat virato exotica de l’Etiope, spezie africane in un disco pieno di colori e suggestioni.

Chiudono l’intenso post rock di Mar Morto e la depressa titletrack, congedo struggente per un disco illuminato da un animo umbratile e fosco, ennesima prova di vitalità per una non scena, quella italiana, che non sta smettendo di stupirci, disco su disco.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 8 voti.
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Sleemi 6/10
Zorba 8/10

C Commenti

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Peasyfloyd (ha votato 4 questo disco) alle 20:38 del 19 gennaio 2007 ha scritto:

giudizio deprecabile...

Mi spiace ma non sono per niente d'accordo. Ascoltato attentamente penso che questo sia un classico post-rock decisamente monotono e antiquato (alla maniera di dieci anni fa). Mi sembra un suono incapace di adattarsi a un periodo (2007) in cui il post-rock incomincia a prendere nuove strade e direzioni ...

paolodisimone alle 22:45 del 20 gennaio 2007 ha scritto:

attenzione alle classificazioni!

Attenzione, ragazzi! Non lasciamoci imbrogliare dalle etichette, altrimenti perdiamo completamente il giudizio critico e rischiamo di fraintendere il messaggio fondamentale che le sequenze numeriche di un dischetto di plastica o i solchi di un vinile custodiscono per noi!

Post Rock? In un'epoca in cui tutto è "post" il termine, mi si conceda, non ha più nessun significato... Già si sta ridimensionando, per fortuna, il concetto di "postmoderno", che negli ultimi anni si era esteso a tutta la cultura occidentale da Omero a Doctorow; allo stesso modo bisognerebbe circoscrivere questo fantomatico epiteto: Post Rock... Post rispetto a che cosa? al Rock? allora il Rock è morto... Perdonatemi, ma non capisco...

Il disco in questione, "Lemming", offre un menù assai vario e ben speziato, per il quale assolutamente non ha senso l'imposizione di un'etichetta, specie in fase critica. I nove pezzi dell'album spaziano attraverso tradizioni e suggestioni musicali diverse, e l'atmosfera malinconica e un poco rétro, evidente già dalla bella copertina, regala all'ascoltatore momenti emozionanti. E' questo che mi sembra particolarmente importante. Sarebbe davvero un peccato avvicinarsi ad un'operina del genere e, pretendendola a tutti i costi un'alunna di una post-wave o post-cosa, aspettarsi più di quanto essa voglia in realtà dirci o darci... Allora, tra la post-bossa del secondo brano, il post-folk de "Il Galeone", la post-psichedelia, il post-minimalismo, il post-jazz, il post-etno e la post-avanguardia di tutto il resto, è naturale che passeremo tutto il momento dell'ascolto alla ricerca di qualcosa che non arriverà (che non arriverà poiché non sappiamo neppure noi quale fantomatica innovazione aspettarci, tra parentesi), con la costante e fastidiosa impressione del già-sentito... Insomma, magari il Post-Rock, se davvero esiste, starà prendendo nuove strade e direzioni, ma, nel nostro caso, la via intrapresa dai Ronin per questo disco mi sembra non abbia bisogno di deviazioni verso mondi alternativi. Il mondo creato da questi ottimi musicisti non ha paura di accogliere echi di dieci o cento anni fa: riesce ad emozionare, e chiunque voglia godere di paesaggi "umbratili e foschi", siano essi visti da un galeone o da una pianura interminabile al crepuscolo, non deve far altro che chiudere gli occhi e, per un momento, abbandonare gli scomodi ma rassicuranti appigli della ragione.

doopcircus (ha votato 8 questo disco) alle 15:57 del 21 gennaio 2007 ha scritto:

RE: attenzione alle classificazioni!

Secondo me non bisogna cedere a nessuno dei due estremi. Il nome post indica non la morte di ciò che segue al suffisso incriminato, ma un superamento di determinate convenzioni del genere stesso. D'altra parte i dischi che vengono ricompresi nel post rock, specialmente quello di matrice chitarristica, avevano coordinate, elementi comuni e modelli ben precisi. Che questo non sia solo un disco post rock è annunciato anche nella recensione, ma è indubbio che un pezzo, peraltro splendido, come You Need It, The It Comes si rifaccia alla lezione di un gruppo come gli Slint. Semplicemente si tratta di una delle tante facce di un disco che, appunto, può vantare molte anime e molte influenze. Secondo me accettare la complessità delle cose vuol dire prendere atto di tutti gli elementi in gioco, anche quelli in apparente contraddizione, senza eccedere nè in uno nè in un altra direzione

Punchdrunk alle 23:40 del 30 gennaio 2007 ha scritto:

Non c'è sempre bisogno di adattarsi alla moda del giorno. Però anche secondo me il disco è un pochino sopravvalutato. Preferisco allora sentirmi un bel disco di Morricone.

fabfabfab (ha votato 7 questo disco) alle 18:57 del 30 giugno 2008 ha scritto:

RE: "preferisco allora sentirmi un disco di Morricone"

E sti cazzi! E come dire: va beh piuttosto osservo gli affreschi della Sistina.

Sleemi (ha votato 6 questo disco) alle 7:32 del 4 luglio 2007 ha scritto:

Dieci anni fa

Qualche buon brano, ma niente di più. Più di dieci anni fa, nel 1995, i Freinds of Dean Martinez crearono le stesse atmosfere (sentite The Shadow of Your Smile). Al di là delle classificazioni, mi sembra un ruffiano "già sentito". Altro che album del mese, come lo mise Rumore un pò di tempo fa.

Gengis il Kan (ha votato 6 questo disco) alle 12:47 del 27 marzo 2009 ha scritto:

Visti dal vivo a Londra... fu un concerto bellissimo, emozionate. Loro sono bravissimi e veramente alla mano, ma il disco non e' nemmeno lontanamente paragonabile al live... buono, per carita', ma niente di eccezionale. Dal vivo, invece... che bravi. Sempre complimenti per Dorella e i suoi gruppi.