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R Recensione

7/10

Zelienople

The World Is a House on Fire

 

La sottile nebbia di cui è composta la musica degli Zelienople continua a non volersi dissipare. Dal 2002 infatti Matt Christensen ha plasmato pazientemente la sua creatura fatta di silenzi e di improvvisi addensamenti emozionali (tanto per citarne uno: la splendida Ship That Goes Down su Sleeper Coach) ondeggiando tra intimismi slowcore e pulsioni avant di matrice ambient-drone. Con questo nuovo lavoro sembrerebbe trovare una conferma definitiva la prima dimensione, rendendo così più diretto (e piacevole) l'approccio con il pubblico.

 

Aprono infatti l'album le belle The Southern e The Real Devil, entrambe incentrate su un lento dipanarsi (quasi come se a comporle fossero stati dei Low sotto codeina), su textures dilatate e fumose, su un'opprimente tavolozza dei colori fatta soprattutto di toni sfumati, di chiaro scuri, di cromatismi gelidi. Però si respira anche un'inedita apertura melodica che riesce a costituire un prezioso appiglio per chi fatica ad orientarsi nelle fitte nebbie che tornano, già con Chemist, a far vacillare la solidità acquisita nel pezzo precedente (per quanto questa potesse essere flebile). Non si perde però il fascino: le striature ambient e le litanie diafane dominano su tutto, ogni elemento è finalizzato al puro apporto timbrico e immaginifico, riuscendo a dipingere paesaggi di grande fascino. E tutto pare legarsi ai discorsi degli ultimi Talk Talk, o al post-rock dei Labradford, aderendo ad una tradizione alta con rinnovata ispirazione. Stesso discorso vale per Island Machine, avvolta in spire gelate fatte di addensamenti armonici giocati intorno ai layers delle chitarre, il tutto avviluppato sullo scheletro di una ritmica tribale, o per il lento lamento di Colored, sempre più spigliata nel suo immaginifico astrattismo (e davvero sopraffina nella tecnica chitarristica). Old Dirt ci riporta alle atmosfere di apertura, puntellando la struttura del brano con un dialogo circolare ed esasperato tra basso e chitarra, mentre Out of It ci dona il colpo di grazia definitivo per una sorta di The End a base di barbiturici, un sogno sospeso che si potrebbe collegare a certe atmosfere di The Perfect Prescription.

 

Un lavoro più compatto, che meglio degli altri sa mirare ad un bersaglio preciso. Si arricchisce il songwriting e si affina l'efficacia delle trame sonore, smorzando gli spigoli e evitando prolissità eccessive. Se non si è fatto centro poco ci manca. Ci sono voluti dieci anni: meglio tardi che mai.

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