R Recensione

7/10

Pete Molinari

A Virtual Landslide

La storia gratta il fondo

come una rete a strascico

con qualche strappo e più di un pesce sfugge.

Qualche volta s'incontra l'ectoplasma

d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.

Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.

Gli altri, nel sacco, si credono

più liberi di lui.

Sicuramente Montale, scrivendo questa poesia (Il Tempo, da Satura), mai si sarebbe aspettato che la si utilizzasse in modo così profano ed inopportuno, e sicuramente ciò che intendeva comunicare non aveva nulla a che fare con la musica, tanto meno con il secondo album di Pete Molinari, A Virtual Landslide.

Tuttavia, nonostante Eugenio Montale si starà sicuramente rigirando nella tomba in preda ai tormenti, credo che questi versi possano essere, in qualche modo, utili per affrontare la recensione di questo particolare, anacronistico lavoro.

Pete Molinari in un certo senso è un perfetto figlio del moderno mondo globalizzato: ha origini maltesi, egiziane, italiane ed è cresciuto in Inghilterra. Nonostante la varietà etnica dell’albero genealogico di Molinari, la sua matrice artistica è molto meno complicata e molto meno “moderna”, situandosi nella musica folk americana degli anni ’50 (se non prima) e dei primi ’60. Il suo repertorio prende folk, blues e country per riproporre il tutto in una forma immutata, assolutamente illesa dall’impetuoso scorrere del tempo, capace di mostrare una freschezza invidiabile e per questo decisamente affascinante.

E non si tratta, badate bene, di un revival, quanto di una semplice scelta stilistica: Pete Molinari fa quel genere, è un artista country/folk, non vuole semplicemente riproporlo…Gli scorre nelle vene, ecco tutto!

E così, questo pesce sfuggito all’impietosa rete temporale fa partire il suo album con I Came Out Of The Wilderness, un folk-blues elettrificato che pare arrivare direttamente da quel 1965 di Highway 61 Revisited, con il suo incedere frenetico, l’ottima slide-guitar e la voce nasale in bilico tra Woodie Guthrie, Hank Williams e Bob Dylan. Oh So Lonesome For You è una struggente ballata d’amore, dove la chitarra solista, con il suo motivetto mieloso accompagna la voce malinconica di questo cow-boy dei tempi moderni, sfoggiando un repertorio immaginifico veramente inusuale e rétro…Qui si supera il nostalgico, si torna direttamente indietro di 50 anni con quello splendido crescendo vocale del ritornello. Ancora blues-rock rovente con Adelaine, breve e diretto, a precedere altre due ballate romantiche, One Stolen Moment e There She Still Remain, capaci di dar vita a soluzioni melodiche notevoli e magnetiche, che non possono non colpire con la loro estemporanea dolcezza.

Il blues di Hallelujah Blues non è una cover, sembra incredibile ma non è così. Con Look What I Made Out of My Head Ma si arriva ad uno degli apici del disco, dove la personalità del cantautore raggiunge la massima sincerità ed espressività, senza mai però rinunciare a tutto quel bagaglio di rimandi ai tempi passati che rendono ogni pezzo così straniante. Bob Dylan non è plagiato, ma onorato da un pezzo che sembra aver trovato vitale ispirazione dai suoi primi brani.

God Damn Lonesome Blues e Dear Angelina sono i pezzi che puzzano maggiormente di revival, ma sono inseriti in mezzo ad una manciata di buonissime canzoni. A partire da I Don’t Like The Man I Am, splendido pezzo adolescenziale da college americano anni ‘50, di quelli da ballare stretti stretti, o da ascoltare segretamente filosofeggiando su cosa vuol dire essere uomini…Insomma, cose che non appartengono più al nostro mondo, ma proprio per questo capaci di impressionare con la loro estraneità. Al di là di tutto questo comunque è la musica quella che riesce ad essere più esaustiva di qualsiasi parola: il basso ad accentuare la drammaticità del brano con i suoi rintocchi minimali e calcati, la chitarra solista ed i suoi fraseggi cristallini, ed infine gli accordi fuzzati di chitarra elettrica al termine delle strofe e alla fine del pezzo. Sweet Louise, ballata romantica a base di piano, armonica e chitarra eil folk scarno e tragico di Lest We Forget concludono un ascolto contraddittorio, del tutto innaturale rispetto all’offerta musicale contemporanea, che vede proprio nello slancio ad un modernismo sfrenato il suo successo.

Pete Molinari è, alla fin dei conti, uno “scampato”, ma è proprio questa la sua forza, il sapere di esserlo, la sua volontà precisa di “essere fuori”. E nonostante la critica musicale non possa ignorare il vivificante fluire che fa dell’arte qualcosa di dinamico, in costante evoluzione, l’ascoltatore può molto più tranquillamente abbandonarsi alle suggestive atmosfere della musica di A Virtual Landslide.                    

Perché a volte, forse, isolarsi un po’ dal proprio tempo può far bene, anche semplicemente per l’illusione di essersi ritagliati in un istante un po’ di eternità.

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 2 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 10:06 del 4 settembre 2008 ha scritto:

Ho una cotta questo disco. Non c'è una nota che una che suoni vagamente originale, eppure le canzoni sono vive, giovani, guizzanti come se avessero scoperto solo l'altro ieri di poter camminare con le proprie gambe. è più che revival è una metempsicosi. L'avesse inciso davvero negli anni '50 sarebbe da 10.

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 14:27 del 5 settembre 2008 ha scritto:

eh beh

in effetti sono partito molto prevenuto nell'ascolto proprio perchè contrario a "vecchiumi" così esagerati, però devo dire che il livello medio del disco è cmq più che discreto, con alcuni pezzi alla Bob Dylan davvero straordinari. Visto e considerato l'anacronismo e la discontinuità qualitativa mi verrebbe da dare un 6,5 che tendo più al 7 giusto perchè sono di buon umore oggi

Cmq cas davvero niente male iniziare una rece del genere con una poesia di Montale. bravo