Flying Horseman
Twist
Avevo già provato, un annetto fa, a convincere qualcuno ad ascoltare questo gruppo. Stando ai riscontri offerti dal sito però, ad oggi, gli ascolti accertabili sono soltanto sei, di cui due piuttosto deludenti ed uno inequivocabilmente funesto. Si vede che a far propaganda non sono capace. Non sono mica Mastrota, d’altronde, mi dico. E ripetermelo mi consola. Anzi, accecato dall’ottimismo, ringrazio i lettori per la sensibilità: di certo alcuni avranno scelto un distratto silenzio per non mortificare i miei entusiasmi, mentre altri, in silenzio, avranno (forse) apprezzato. E di almeno uno di questi ascolti “invisibili” posso ben essere certo: è quello dell’attento benefattore che, qualche giorno fa, mi ha segnalato il ritorno del mio amato combo belga. Ascolto "Twist", la magia si ripete, e visto che tanto qui abbiamo tutti le nostre crociate e i nostri mulini a vento, non pago, ci riprovo: ascoltate questo gruppo, fatemi il piacere.
Della caratura notevole dei Flying Horseman, in "Twist", ritroviamo tutto: l’essenza cantautorale elegantemente lercia dell’insieme, il notturno magnetismo della musica, le tensioni vibranti, portate al limite attraverso crescendo dalle dinamiche quasi impercettibili, le aperture armoniche che a questi finalmente seguono, l’amore per gli sviluppi strumentali. E - ovvio - i fendenti e i grovigli reiterati della chitarra di Bert Docks, che liquefa il blues dentro un calderone math-folk-psichedelico e che, insieme con la sua voce, rendono la band riconoscibile dopo un secondo che la si ascolta. E però, l’iniziale "T.M.L.", con la sua semplicità e pulizia - due note due di chitarra appese al rintocco di una campana - sembra subito dire di un gruppo in qualche modo rinnovato.
L’impressione generale è quella di avere a che fare con più canzoni vere e proprie, con un lavoro in cui si è scelto di privilegiare l’ampiezza orchestrale - e l’aspetto cantautorale - sacrificando in parte le spigolosità ritmiche che avevano caratterizzato alcuni episodi dell’esordio. Tutto suona più omogeneo, più democratico verso la strumentazione tutta: laddove in "Wild Eyes" un convinto riduzionismo relegava sullo sfondo buona parte dei suoni disponibili, qui il parco sonoro è invece più benevolmente valorizzato. Escono le tastiere - con brevi momenti di protagonismo nell’ottima "Memorial" - e prendono il volo le voci delle due coriste, chiamate ora a doppiare frasi dell’inciso ("Back Where I Started"), ora ad innalzare canti dal sapore talvolta sacrale ("Twist"), talaltra epico in (im)puro stile western (ancora "Memorial") o western con pejote annesso ("Animals"). Luoghi, questi ultimi, battezzati a suo tempo da sua eminenza "Dark Was The Night, Cold Was The Ground", visitati poi dal Ry Cooder di "Paris, Texas", assorbiti nelle atmosfere desertiche dei Giant Sand più lisergici, ravvivati col misurato inserimento di quei fraseggi e accordi in minore, in perfetto tex-mex style, che furono dei primi Calexico.
Meno post-rock e più “tutto il resto”, insomma. Fermi restando i rimandi all’obliqua scrittura e all’intensità di Smog, o quelli a certo slow-core ("Wheels") o blues “evoluto” ("Road"). Dockx è sempre lui, ma canta meglio. Più personale e ricercato nelle linee (tranne che nell’inspiegabile "Ghostwriter", piuttosto banale anche nei suoi doppiaggi), più consapevole e - probabilmente per questo - meno eccessivo nell’esprimersi. Tra toni e passaggi pare impossibile non andare, con mente e cuore, a certa disperata e invocante dark-wave, anche se, nel deprimere l’ascoltatore, il rivale più temibile per Docks rimane senz’ombra di dubbio la sua stessa chitarra.
L’aveva detto qualcuno, un annetto fa, che i belgi sono forti. Questi sono talmente forti che, come per gli studenti più promettenti, non si riesce a premiarli col massimo dei voti, pensando magari di stimolarli a fare ancora meglio la prossima volta. Ma sia ben chiaro che, come i Belgi di Asterix, i Flying Horseman ambiscono ad essere i più forti di tutti. E potrebbero anche esserlo veramente, se solo la pozione magica non se la fossero fregata gli Inglesi e gli Americani.
Il disco si ascolta per intero, in streaming gratuito, qui. Oltre al tempo e al buon umore, stavolta non avete davvero niente da perdere.
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