R Recensione

9/10

Bobby Conn

King For a Day

Direttamente da Chicago torna lo stravagante Bobby Conn, artista con alle spalle ormai più di dieci anni di attività. Ed è un ritorno di quelli che si fanno notare: King For A Day non è disco nè facile né, tanto meno, omogeneo. Numerosi sono gli ascolti richiesti per assimilarlo completamente e ed afferrarne appieno i dettagli: è una tale formidabile accozzaglia di generi, influenze, giochi musicali, quest’album, che vale la pena seguirlo passo dopo passo, brano dopo brano.

Si parte conVanitas: incipit esotico, lussureggiante, misterioso almeno fino a un inaspettato, bruciante, riff che fa proseguire il brano in un incrocio tra Trail of Dead e il progressive di Van Der Graaf Generator e Yes. Il pezzo si chiude dopo otto minuti abbondanti in un vortice cosmico distorto quasi kraut e con dolci arpeggi di chitarra. Dopo un inizio così è impossibile non rimanere spiazzati e non essere incuriositi dal seguito.

Seguito che è segnato da When The Money’s Gone e King For A Day: la prima risente chiaramente della tradizione americana e mescola consapevolmente blues e pop in maniera per nulla banale, la seconda è puro pop di ottima fattura con influssi indie rock.

Dopo il violino magico di A Glimpse Of Paradise si passa a Love Let Me Down, ed è l’ennesima mutazione: Bobby Conn si trasforma nel David Bowie dagli stili di vita decadenti e glam di Hunky Dory e riesce anche a trovare spazio, all’interno di una struttura saltellante, per dei coretti alla Beach Boys.

Neanche il tempo di trovare un appiglio che parte Sinking Ship e di colpo ci si trova sprofondati in uno straripante e purissimo progressive-rock: si affacciano i King Crimson primo periodo, quelli veleggianti tra Islands e Red, si ammicca blandamente agli Yes.

Con Twenty-One, si passa a un blues-jazz da club libertino in cui a risuonare è stavolta una splendida e sensualissima voce femminile.

Punch The Sky! è solo un pezzo interlocutorio che prepara il campo al delirio sonoro di Anybody, col suo riff impetuoso che riecheggia, in chiave dopata, il solito Peter Gunn Theme. Torna di nuovo l’immagine di David Bowie ma con un volto diverso: più elettrico, carico ed esplosivo, insomma riletto da Conn in chiave garage e power pop.

Con (I’m Through With) My Ego spunta fuori un blues garage distorto che riporta alla mente John Spencer and the Blues Explosion, mischiato però con lo stile di Bowie. Ma torna anche il riff progressive di Sinking ship che prelude a spunti di free-rock.

A chiudere l’album due grandi ballate come Mr.Lucky e Things. Soprattutto la prima risulta essere eccezionale per l’intensità del canto femminile con i suoi toni romantici e soffici che vengono soffocati dall’urlo appassionato e travolgente di Conn a incorniciare un duetto eccezionale.

Con King For A Day Bobby Conn dimostra di essere artista maturo, eclettico come pochi in circolazione, capace di affrontare generi e stili diversi con facilità disarmante. Ascoltandolo si corre seriamente il rischio di innamorarsi di lui e di questa sua creatura. Soprattutto si rischia di considerarlo un re per molto di più di un giorno solo.

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 5 voti.
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REBBY 7/10

C Commenti

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Baldaduke (ha votato 9 questo disco) alle 17:35 del 21 luglio 2007 ha scritto:

due paroline al riguardo

Ad ascoltare un disco del genere c’è da rimanere folgorati. Da un po’ di tempo non si presentava alle nostre orecchie un dramma musicale di cotanta caratura, fatto di reminescenze glam-funk-elettro-prog-hard-rock ed è veramente il caso di dirlo, chi più ne ha più ne metta. Naturalmente la struttura che sottende il tutto è fatta di quel solito virtuosismo barocco (più che altro di concetto) e anti-modaiolo, che caratterizza oramai da un po’ di tempo in tutto e per tutto il nostro Jeffrey Stafford (vero nome di Conn), New Yorkese di nascita, Chicagoano nell’anima.

“King For A Day”, un album che pare volerci lasciare un messaggio, quello della speranza, per il nostro, di divenire re per sempre e non per un solo, fugace giorno.

Un uomo che ha preferito esprimere la propria sincerità, anziché piegarsi di fronte a concessioni che gli avrebbero potuto far raggiungere con poco sforzo, la via per un effimero successo.

Di questo però ne è sempre stato consapevole ed è perciò che ha proseguito imperterrito, mettendo un mattone sopra l’altro, ponendo le fondamenta per il suo rifugio dalle tentazioni di fama e gloria fittizie: uno stile personal-anarchico che lo ha portato in questo 2007 a sfornare, forse non il suo album capolavoro, ma di sicuro quello più sinceramente passionale.

Un contenitore cromato fatto di semi-suite di hard-prog-rock sinfonico (“Vanitas”), strutture d’archi da disco-funky (“When The Money’s Gone”), elettrico pop melodioso (“King For A Day”), caroselli da cabaret opulenti (“Love Let Me Down”) e lieder post-moderni per voce, Fender Rhodes e pianoforte (“Things”).

Conn è il passato: un personaggio assemblato con i migliori reperti del rock che fu, con i più pregiati.

E in faccia a chi dice che in questo “King For A Day” vi sia una netta caduta d’ispirazione o una certa fragilità nella scrittura, noi rispondiamo che se mai ci capiterà di divenire re per un giorno, la musica di Bobby sarà la nostra sola e unica colonna sonora.

Peasyfloyd, autore, (ha votato 9 questo disco) alle 22:53 del 21 luglio 2007 ha scritto:

è davvero un peccato che questo disco sia passato così inosservato (o osservato male, come facevi notare). Caro Baldaduke mi sembra che tu abbia assorbito questo disco in maniera più che esauriente e in effetti hai azzeccato davvero bene una frase, descrizione perfetta di uno stile: Conn è il passato: "un personaggio assemblato con i migliori reperti del rock che fu, con i più pregiati" e in effetti questo è un pregio davvero enorme. Non scadere nel banale ma riuscire a rielaborare consapevolemente il passato globale della musica. Tuttora io continuo a ritenere che questo sia uno dei dischi migliori dell'anno e di strutture così articolate faccio fatica a ricordare traccia francamente, e non solo in riferimento all'anno corrente.