R Recensione

7/10

Chris Bathgate

Throatsleep

Chris Bathgate è uno studente iscritto all’Università del Michigan, che tra una lezione e l’altra trova anche il tempo per scrivere canzoni. Fino a poco tempo fa potevi venirne a conoscenza solo capitando ad un suo concerto in qualche localino in giro per gli States, o al massimo imbattendoti per caso nel suo nome tra gli scaffali di un negozio di dischi nel circondario di Ann Arbor, sede dell’Università del Michigan e città in cui Chris per l’appunto vive.

Chi lo sa, forse questo stato di cose sarebbe potuto durare ancora per tanti, troppi anni: niente “conoscenze che contano”, niente immagine studiata a tavolino, niente label. Niente. Solo un giovane studente del Michigan alle prese con la sua musica. Quanti ce ne saranno? Centinaia, forse migliaia.

Per fortuna ogni tanto il miracolo si avvera, e così con l’uscita del suo primo vero full-lenght autoprodotto, Throatsleep, Chris è stato magicamente catapultato fuori dai parties tra graduate students e dai concerti del sottobosco indipendente americano per raggiungere un primo piccolo assaggio di notorietà, e oltrepassando l’oceano ha potuto approdare anche nella vecchia Europa, grazie soprattutto alla vendita on-line dei suoi brani direttamente sul suo MySpace.

Potere di internet, certo, ma soprattutto potere di un talento, quello di questo giovane songwriter, capace di superare le barriere dello spazio in maniera tanto disinvolta e leggera quanto professionale e convincente.

Throatsleep è incantevole. Tredici tracce in cui racconti e pensieri si intrecciano e si rincorrono continuamente in un crescendo emozionale che mette a nudo -e nemmeno troppo velatamente- la partecipazione emotiva e personale dell’autore.

Gli stilemi del folk vengono reintepretati e riarrangiati in maniera estremamente variegata, seppure l’architettura di base si presenti solidamente costruita su una trama “classica” di chitarre ed archi, con un mood malinconico di fondo che pervade l’intero lavoro.

Dalle sfavillanti atmosfere di “Buffalo Girl”, che ti colpisce subito al cuore con il suadente e ammiccante riff iniziale ripreso più volte nel corso del brano, si passa al sapore decisamente autunnale di “All My Friends Have Been Replaced With Cities”, dove all’incedere maestoso del pianoforte si accompagnano i fraseggi appena sussurrati del violino, che a tratti si fa tuttavia più deciso col piano che cedendo il passo gli si adagia dolcemente accanto. “: A Problem In Dissonance Solved”, un pezzo intimo ed essenziale dove la malinconia degli arpeggi di chitarra diventa una fede assoluta, è certamente tra i brani più felici dell’album, forse il migliore.

Yes, I’m Cold” è l’unico brano che non convince del tutto: tanti piccoli campanelli pervadono l’atmosfera e tengono il tempo ad una cantilenante voce che in più di un’occasione quasi si inoltra in territorio hip hop, cosa di cui, in un album di questo genere, si può fare volentieri a meno.

Ma si tratta per fortuna di un caso isolato, che viene dimenticato volentieri, fra il trascinante banjo in “Creak, Cure, Dawn”, l’atmosfera vagamente jazzy delle trombe in “The Darkness Was Vague”, i rimandi drakeiani di “Sun Moon”, il tripudio di suoni ancestrali in “Little Bird In Coffin Come”, la delicata poesia di chitarra e violino in “Letter/Let Her”.

Notevole “Silly One”, dove ad una iniziale quiete in cui i rintocchi del pianoforte fungono da straziante e bradicardico pacemaker fa eco, nella seconda metà del brano, un crescendo di suoni metallici che al loro culmine diventano incontrollabili scariche elettriche (ricordando il Mark Linkous di fattura più elettronica) per poi tornare a placarsi atterrando su pochi, ultimi, sfiniti battiti.

Throatsleep in realtà è un album pensato e realizzato in due parti fisicamente distinte (Throat e Sleep), scandite proprio da “Silly One”, brano conclusivo di Throat. Così, dopo aver finalmente dato una via di fuga ai tormenti del cuore con un estremo grido liberatorio, stremati ci si lascia lievemente cullare da quattro ultime canzoni, in attesa della fine.

Che si tratti poi soltanto del finale dell’album, dell’arrivo di Morfeo o che sia piuttosto “la” fine, quella vera…beh, a questo punto non ha importanza. “Morire, dormire…sognare, forse.” Forse.

O forse, semplicemente, non c’è differenza.

“I sing most every night, when the lights are low and we all die. And we die most every night. We die, we die, we die.”

Myspace : http://myspace.com/chrisbathgate

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