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R Recensione

7/10

Edda

In Orbita

La gentilezza scheletrica e insicura malcelata in Semper Biot s’è fatta carne, pulsazione, nerbo. Un martello sui denti, gratuito, tanto per mettere in chiaro che dalle parti di Edda chi si ferma (chi si astiene, si fossilizza, si arrende, si annoia) non solo è perduto, ma anche dimenticato. In Orbita si materializza come un’istantanea fuori fuoco di luce e ombra, uno scatto fatto per sbaglio che cattura un particolare miracoloso. Registrato a marzo, è un live di cinque pezzi, suonato durante il programma omonimo (“In Orbita”) di Radio Capodistria.

La storia di Stefano “Edda” Rampoldi, come i più sapranno, è quella del leader maudit degli storici Ritmo Tribale, band di (ampio) culto che infiammava i palchi italiani a inizio anni ’90. Band sciolta, tredici anni di latitanza, un ritorno magico, inaspettato e spiazzante come Semper Biot nel settembre 2009, alla cui recensione vi rimando per non perdermi in particolari ripetuti e letti decine di volte. A un anno esatto da quel ritorno, Niegazowana pubblica oggi questo ep, colto come detto in un momento irripetibile e peculiare: la dimensione live (in studio, d’accordo), che assimilato a Edda significa gioco, improvvisazione, sfogo, perché no, anche cazzeggio.

Chi non ha sentito un fremito percorrergli la schiena all’ascolto di Semper Biot, probabilmente denigrerà con esagitata dimestichezza anche questo lavoro. Il che, va da sé, è decisamente comprensibile: la voce di Edda, il suo ‘belato’ sguaiato e irregolare, non è propriamente semplice da ascoltare, irrita, infastidisce, delle volte annoia e presta il fianco allo scherno. Chi ha sentito un fremito percorrergli la schiena all’ascolto di Semper Biot, probabilmente adorerà con cieco (e mai sordo) piacere anche questo lavoro. Il che, va da sé, è decisamente comprensibile: la voce di Edda, il suo ‘belato’ sguaiato e irregolare, è torbido godimento, è una scudisciata sottile e penetrante, è il canto femmineo di un sottosuolo gravido, non quello asessuato dell’angelo là in alto. In realtà, se si escludono i sorprendenti climax emotivi raggiunti in ciascun brano, il cantato di In Orbita è per molti versi più posato, quasi ingentilito rispetto al disco in studio. Il processo compiuto, frutto di un’improvvisazione vivissima e tutt’altro che ammaestrata, è quello di addizione e sottrazione, saturazione e silenzio, che snatura i pezzi, arricchendoli di una impossibile terza dimensione che è il palco, e l’artista stesso in carne e ossa.

E così la cover di Suprema di Moltheni, posta in apertura, già bellissima di suo, si riscopre più urgente e disperata, funzionale a uno stato d’animo che la scompone nel testo e nella musica, regalandole profondità. Negli altri quattro brani, tutti tratti da Semper Biot, i vuoti e i pieni si ingigantiscono, rincorrendosi affannosamente come respiri, ed è sorprendente la straordinaria duttilità dei testi, che si trasformano nella struttura e nella semantica adattandosi alla condizione del momento, al bisogno impellente di comunicare attraverso il cambiamento. Come dire, è la differenza tra il passato e il presente a parlarvi di me, in questo preciso fuggevole attimo. È così che scivolano via, troppo velocemente, Fango di Dio, Snigdelina, L’Innamorato, Io e Te. Tra un singhiozzo, una chitarra sventrata, citazioni estemporanee di Battisti e C.S.I., l’apporto preziosissimo di Andrea Rabuffetti alla mandola e Sebastiano De Gennaro alle percussioni.

Una fotografia, dicevamo, che ha l’unico limite nella sua stessa essenza: breve, irripetibile, fuggevole. L’ep è in vendita, oltre che sul sito dell’etichetta e su iTunes, al banchetto dei concerti di Edda. Che aspettate? Godetevi quel che resta di un istante. Ora.

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ozzy(d) alle 9:49 del 5 ottobre 2010 ha scritto:

"il suo ‘belato’ sguaiato e irregolare"...direi che non potrebbe esserci miglior definizione per il canto di Edda Ciano ghghgh!