R Recensione

10/10

Joan Manuel Serrat

Miguel Hernández

Questa atipica recensione nasce da una personalissima e fulminante congiuntura storico-geografico-autobiografica, dalla consuetudine con Barcellona e la Catalogna e il conseguente, entusiasmante contatto con la cultura locale, giustamente ed orgogliosamente valorizzata. Partito per motivi di lavoro, per studiare e approfondire alcuni aspetti della pittura gotica catalana, nei momenti di svago e distensione ho avuto modo di conoscere l'opera di un paio di straordinari cantautori, assai celebri nella penisola iberica (per fare un esempio in rapporto alla nostra realtà: a livello di un De Andrè, però con la consapevolezza culturale di un Manzoni...), ma purtroppo poco noti alla critica e soprattutto al pubblico italiani.

Premesso che la canzone italiana, in Spagna, sembra al momento essere rappresentata in maniera esclusiva da Mi libre cancíon, fedele ma eccessivamente mielosa versione pausiniana di uno dei più limpidi e solari capolavori di Battisti, che però fortunatamente ha fatto passare in secondo piano gioiosissimi ma ben più prosaici bicchieri di vino e panini a metà, possiamo tranquillamente chiederci a cosa, nel nostro immaginario quotidiano, associamo il ricchissimo patrimonio della canzone spagnola. Ebbene, tra i nomi che disordinatamente s'insinuano tra le labili righe di un increspato elenco mentale, è probabile che quello di Joan Manuel Serrat, il più famoso cantautore catalano, non sia tra i primissimi posti. Eppure è legato, in maniera anche piuttosto stretta, a più di una celebrità nostrana: nel 1969, ad esempio, Mina interpreta Bugiardo e incosciente, liberissima versione della serratiana La Tieta, con un testo insoddisfacente di Paolo Limiti che nulla ha a che vedere con l'originale contenuto nel primo album del cantautore, Ara que tinc vint anys, del 1967, e che nel 2004 Guccini volgerà in modenese (La Zieta, dall'album Ritratti). Dopo altre due versioni, Ballata d'Autunno e Ahi mi' amor, finalmente, la cantante cremonese ci regala un duetto con Serrat, contenuto nel recente Todavía: si tratta con tutta probabilità del momento di maggiore "successo" popolare del cantautore di Barcellona in Italia. Non va dimenticato, infine, il volenteroso ma purtroppo poco riuscito tentativo di Gino Paoli, che nel 1974, con il raro album I Semafori Rossi non sono Dio, interpreta ben dieci canzoni scelte tra le più belle di Serrat, tradotte in italiano ma penalizzate da arrangiamenti e da un'interpretazione non all'altezza, che sacrifica tra l'altro la vocalità intensa e suggestiva dell'interprete originale.

Miguel Hernández è probabilmente il capolavoro assoluto di Serrat, nonché uno dei vertici della musica popolare militante, fatta di idee e contenuti forti, in cui una felicissima vena poetica e musicale è al servizio dell'impegno civile, sociale ed umano. Il disco esce infatti nel 1972, quando il regime franchista è ancora al potere, e contiene dieci canzoni su testi del poeta Miguel Hernández Gilabert, schieratosi con i repubblicani durante la Guerra Civile spagnola e condannato a morte nel 1940, pena che sarà commutata in trenta anni di carcere. Durante la prigionia, nel 1942, trentunenne, muore di tubercolosi. Le poesie di Hernández erano proibite, e le stesse fotografie che lo ritraevano, rese quasi illeggibili da approssimative riproduzioni, circolavano clandestinamente. La più emblematica di queste, raffigurante il poeta al fronte che arringa i partigiani, spicca sulla copertina dell'album, provocatoriamente nera. Il grafico Enric Satué ricorda che il nero, assolutamente atipico per un disco di musica pop, rappresentava il lutto "per ciò che era stato perduto nella Guerra Civile, per la Seconda Repubblica, per la morte del poeta". Ci rendiamo facilmente conto del fatto che tutto ciò rappresentava un atto di vera e propria sfida nei confronti della dittatura franchista. Molti lavori di Serrat, da sempre ostile al regime, furono infatti proibiti, e nel 1975, addirittura, il cantautore fu costretto all'esilio per sfuggire ad un mandato di arresto nei suoi confronti, seguendo così il destino di un altro poeta, Antonio Machado, al quale aveva dedicato uno splendido disco nel 1969.

Il disco, arricchito dagli splendidi arrangiamenti di Francesc Burrull, eseguiti dallo stesso musicista (al piano), Ricard Roda (sax, clarinetto e flauto), Gabriel Rosales (chitarra), Albert Moraleda (basso), Enrique Oliva (batteria), nonché da cinquanta elementi dell'Orchestra Sinfonica di Madrid, e dall'interpretazione, in alcuni momenti intensa e sofferta, in altri potente e rabbiosa, di Serrat, si apre con Menos tu vientre, un inno all'amore alla fertilità, e prosegue con episodi di altissimo livello: Elegía, struggente ribellione del poeta di fronte alla morte di un amico: No perdono a la muerte enamorada,/no perdono a la vida desatenta,/ no perdono a la tierra ni a la nada.// ...// Quiero escarbar la tierra con los dientes, quiero apartar la tierra parte a parte/ a dentelladas secas y calientes.// Quiero mirar la tierra hasta encontrarte/ y basarte la noble calavera/ y desamordazarte y regresarte.// ...// A las aladas almas de las rosas/ de almendro de nata te requiero/ que tenemos que hablar de muchas cosas/ compañero del alma, compañero; l'inno Para la Libertad; La Boca; Umbrío por la pena; la straziante Nanas de la cebolla, nenia scritta per il figlio dal poeta in carcere, in risposta ad una lettera dove la moglie rivelava che non avevano altro da mangiare se non pane e cipolla; il popolareggiante Romancillo de Mayo e la denuncia dello sfruttamento minorile di El Niño Yuntero, poesia già musicata dal cantautore cileno Victor Jara, assassinato in seguito al colpo di stato del generale Pinochet. Cancion última e Llegó con tres heridas chiudono il disco con un messaggio di malinconica speranza: Florecerán los besos/ sobre los almohadas...// El odio se amortigua/ detrás de la ventana.// Dejadme la esperanza.

L'album, purtroppo, è difficile da trovare. In Spagna è marchiato Sony BMG e reperibilissimo in qualsiasi negozio di dischi o supermercato, ed addirittura in edicola (nel 2007 il quotidiano El País ne ha pubblicata una bellissima edizione in formato di libro cartonato di sessanta pagine, un po' come si sta facendo ora da noi per De Andrè) ma, assai probabilmente per questioni di diritti, non è distribuito in Italia (le stesse edizioni speciali di El País, ordinabili ancora attraverso il sito del giornale, non possono essere spedite al di fuori della Spagna). Per conoscere questo capolavoro, quindi, è necessario ricorrere al download oppure cercare su ebay, o magari regalarselo come prezioso souvenir. Ogni sforzo, comunque, varrà la pena.

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C Commenti

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ozzy(d) alle 13:04 del 26 marzo 2009 ha scritto:

mai sentito,bella rece cmq.....

Lobo alle 16:08 del 26 marzo 2009 ha scritto:

Non so proprio chi sia sto figlio di Zorro. ma la recensione è fika quindi mi metterò a caccia... bravo Paolo...

Jose de Buenos Aires alle 20:18 del 10 ottobre 2013 ha scritto:

Come si puo intuire dal mio nickname, sono un italo-argentino, over 40 alla data, e come tantissimi altri connazionali e coetanei argentini, grande stimatore del "Nano" Joan Manuel Serrat (e come egli fanatico del Barça). Mi fa tantissimo piacere sapere che c'è ne almeno uno dei lettori che lo apprezzi tanto ed almeno due ben disposti a saperne di più. Ve lo consiglio enfaticamente. Ma, com'è quasi scontato, per percepirlo in tutta la sua grandezza provate a capirlo nel contesto della sua cultura, storia, lingua e anche nella sua voce. Ho ascoltato le pur dignitose versioni di Paoli e Mina in veste d'ambasciatori di lusso, ma cambia assolutamente il senso e le sfumature dell'originale. Fate lo sforzo di fare il saltino in dietro e ad ovest per capirlo meglio sia retrospettivamente che geograficamente. È una impresa possibile. Qualsiasi disco del periodo clássico 69-74 va bene. Anche quelli di inizio anni ottanta. Per me il massimo è "Mediterraneo" (1971), registrato alla Fonit-Cetra con arrangiamenti del maestro Reverberi (inconfondibile il sound orchestrale). E cosi bello che forse dovrei prendermi il coraggio e scriverne una rece... A presto, ragazzi.