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R Recensione

6,5/10

Paolo Andreoni

Un nome che sia vento

Tutta l’Africa di “Un nome che sia vento”, terza prova su cd di Paolo Andreoni, cantautore nomade, anarchico e spiritato, come lui stesso si definisce, è sulla copertina del Cd e nel ringraziamento ad Alì Farka De Andrè (?) . All’interno del disco, musica e parole sono invece concentrate nella creazione di una dimensione intima, introspettiva , un piccolo viaggio di quaranta minuti all’intermo della condizione umana con un bagaglio ridotto all’osso: le corde di una chitarra, qualche tocco di elettronica ed una voce che, nonostante qualche incertezza, sa catturare attenzione e dispensare emozioni.

La struttura del lavoro va sottolineata perché costituisce di per sé un elemento originale: Andreoni alterna, infatti, suggestivi interludi per sola chitarra, in bilico fra atmosfere folk e country, alcuni episodi più movimentati, come “Amore amore amore”, che vive di una pulsazione rock, la wave di “Dal carcere” e  “Il ragazzo e la città”, ed altre composizioni più affini allo stile cantautorale classico. Ma questa varietà delle scelte compositive , anziché incrinare l’omogeneità del lavoro, diventa un catalogo unitario di possibili declinazioni in musica di sentimenti umani : la perdita , l’abbandono (L’ultima parola), il rimpianto. Fra i pezzi che preferisco la title track “Un nome che sia vento”, che racconta una storia di lotta contro un destino di rassegnazione ("e non mi avrete mai, ho abbandonato il campo agli avvoltoi") , con parole e musica che si rincorrono sul filo della poesia.

Accompagnato da pochi compagni, Davide Terrile e Roberto Ambrosioni alle tastiere, Mauro Mazzola alle chitarre e Davide Corolti alla batteria in tre pezzi, Paolo Andreoni ha creato un piccolo ma intenso concentrato di musica e vita , (-un prodotto autarchico anarchico autentico -spiega l’autore) lanciando una promessa su quello che potrà essere il suo futuro in musica e versi.

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