R Recensione

5/10

Verner

Il Mio Vestito

Quelle che in un buon disco di cantautorato devono necessariamente risaltare sono almeno due caratteristiche: la voce e il testo.

Il primo impatto con la musica è quello diretto, fisiologico, sensoriale. Qui dunque interviene la sensibilità rispetto ai timbri, ai toni, alle sfumature vocali dei cantanti. Una voce come quella di De André era destinata a colpire subito, calda e matura, quella di De Gregori era rassicurante nella sua flebile dimestichezza, quella di Battisti risultava dotata di fascino grazie alla padronanza di un anti-lirismo a tratti stonato.

Veniamo ai testi. Che siano contenutisticamente rilevanti a livello politico piuttosto che poetico non fa differenza. Il cantautorato nasce con l'intento di comunicare, dunque ciò che comunica ma soprattutto il modo in cui lo fa non è senza dubbio un elemento di poco conto.

Verner, progetto del bolognese Gianandrea Esposito, non riesce purtroppo a caratterizzare la sua arte di particolari segni di originalità e brillantezza.

Il filone, ad un primo avviso, è quello di un Dente più irruente, delle rivisitazioni Battistiane e della riscoperta di una semplicità contenutistica sempre alla rincorsa della scintilla di genialità dischiusa nella genuinità. Nonostante la prima impressione sia promettente, grazie ad un'ottima produzione dovuta all'apporto in studio di registrazione di Giacomo Fiorenza, già conosciuto per la produzione dei lavori di Moltheni e Yuppie Flu, e grazie ad una veste grafica intrigante, col ripetersi degli ascolti iniziano a maturare i segni di cedimento.

La voce ad esempio, nonostante potenzialmente solida e convincente, risulta ancora da perfezionare in alcuni momenti in cui l'abbandono agli acuti appare eccessiva (nel finale di Sceglimi o in Cose Che Si Dicono).

Per quanto riguarda il sound, siamo di fronte senza dubbio ad un artista dalla buona tecnica, in grado di padroneggiare più stili, dal classico songwriting di Sceglimi e di Lei, al pop rock di Il Mio Vestito, tra i brani migliori dell'album assieme alla prima Indifferente, fino alle sonorità in levare legate al reggae o ai ritmi esotici (Almeno Credo, Avvenire di Carta), colpevoli, a parere di chi scrive, di allontanare l'opera dal raggiungimento di un suono caratterizzante, elemento che non rende distinguibile Verner nel panorama del cantautorato attuale.

Riguardo ai testi ci troviamo di fronte ad una scrittura non banale, ma di certo non capace di generare quella tensione che dovrebbe tenere l'ascoltatore attaccato alle diramazioni di significato, né in grado di svelare, come nei semplicismi tipici di Dente, particolari barlumi o rivelazioni, peccando invece di vana retorica (Almeno Credo, La Speranza di Cambiare).

Un disco non riuscito nonostante le ottime potenzialità, le quali, con qualche correzione, potrebbero certamente portare ad un secondo album di ben più alte qualità.

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