R Recensione

8/10

Patrick Watson

Close to Paradise

L’ultima novità del Canada non è l’ennesimo gruppo indie-rock sbilenco che tanto va di moda ultimamente (Arcade Fire, Frog Eyes, Wolf Parade, Sunset Rubdown) bensì un interessante songwriter di nome Patrick Watson. Nonostante le origini californiane il giovane è cresciuto a Montreal ed è ben distante dagli stereotipi “surfari” di spiagge assolate e splendide onde marine.

Watson ha esordito nel 2003 con Just Another Ordinary Day ma è giunto alla ribalta nel 2007 con il presente disco che gli ha beneficiato di vincere un po’ a sorpresa l'edizione del Polaris Music Prize, massimo riconoscimento cantautorale canadese, battendo artisti del calibro di Arcade Fire, Junior Boys e Feist.

Paragonato da molti a Jeff Buckley in realtà il giovane cantautore appare più un incrocio tra il Chris Martin più malinconico (Slip into your skin, Giver) e il leggendario Nick Drake (The storm). Watson è accompagnato da una band in grado di fornirgli interessanti arrangiamenti (l’episodio più intrigante in tal senso sicuramente Daydreamer con l’uso modulato dell’elettronica a dare una base quasi trip-hop), tanto da rendere la musica in bilico tra avant-folk e pop tradizionale (Close to paradise).

Sono molti i richiami che procura l’ascolto di Close to Paradise: Weight of the world trasporta in un mondo misterioso con la ruvidità di un Tom Waits mentre spesso risuona la triste dolcezza di Elliott Smith (Drifters, Man under the sea, Bright shiny lights). Talvolta il percorso di inceppa, vuoi per sovrabbondanza di miele (Slip into your skin), vuoi per un’eccessiva lentezza (la prima parte di Sleeping beauty, brano parzialmente riscattato nella movimentata cavalcata che anima la chiusura).

La vera maestria di Watson salta fuori in una manciata di brani che danno un notevole peso a un  disco altrimenti eccessivamente derivativo e delicato.

Sono le splendide escusioni pianistiche di Mr.Tom, Luscious life, Drifters e The great escape ad accendere i cuori creando un’atmosfera unica, come forse è capitato di provare ascoltando maestri del calibro di Keith Jarrett e Débussy. Risuonano melodie alla Yann Tiersen e alla Chris Martin (quello dei tempi migliori, ossia di Parachutes e A Rush of Blood to the Head) in grado di ammaliare e avvolgere delicatamente con note straripanti nella loro intensità.

Forse sarebbe stato più saggio insistere su queste eccezionali qualità pianistiche e lasciar perdere il resto. Potrebbe essere la strada per un futuro grande artista. Ora come ora ci rimane sicuramente un buon disco, ma il rammarico per aver sfiorato il capolavoro c’è ed è forte.

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 6 voti.
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rubens 8/10
nd1967 9/10
pauline 10/10

C Commenti

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REBBY alle 11:06 del 4 gennaio 2008 ha scritto:

L'ALBUM E' DEL 2006

Peasyfloyd, autore, alle 13:19 del 4 gennaio 2008 ha scritto:

Controllato e...

in effetti l'album è uscito il 26 settembre 2006. L'errore è dovuto al fatto che è stato distribuito in Italia solo nel 2007. Sviste che purtroppo ogni tanto capitano

REBBY alle 7:45 del 18 febbraio 2008 ha scritto:

Grazie per la segnalazione. Mi piace molto.

Jacopo Santoro (ha votato 8 questo disco) alle 14:15 del 27 dicembre 2012 ha scritto:

Disco scoperto, ahimé, troppo tardi. E' un album incredibile.

Utente non più registrato alle 13:39 del 29 dicembre 2012 ha scritto:

L'album era molto gradevole, ma, per rimanere entro certe coordinate, preferisco di gran lunga (ma su questo sito ahimè non c'è traccia) lo splendido Gentle Spirit di Jonathan Wilson (un cognome, un destino...), a cui attribuirei almeno un 8,5.